AFRICA

Calcutta e le Tribù dell'Orissa

di Edoardo Agresti

"io penso a me stesso come a un testimone della storia, in un senso molto vasto del termine: fotografando soprattutto lo scorrere della vita di gente comune. Non cerco necessariamente i grandi eventi del mondo ma, come fotografo, arrivo a cogliere la storia da un punto di vista molto specifico e personale". Alex Webb

Sono passati già 3 mesi da quando sono tornato e ancora non avevo scritto niente, perché? Impegni a parte, questa volta ho deciso di lasciar sedimentare quel turbinio di emozioni, di colori, di profumi, di situazioni che, come non mai, ha caratterizzato questa nuova avventura indiana. E' stato, infatti, un continuo susseguirsi di eventi e di incontri, che ho sentito la necessità di calmierare il tutto prima di raccontare il viaggio. Premetto che il fulcro di questo "Nikon Travel" sono state le popolazioni tribali dell'Orissa, una regione situata nella parte centro-orientale dell'India ancora poco conosciuta e poco sfruttata turisticamente, basti pensare che nei 18 giorni di viaggio non abbiamo incontrato un solo turista, fosse questo giapponese o americano, francese o italiano. Anche quest'anno, come per il Kumbh Mela di Ujain del 2004, ho cercato di organizzare un viaggio in cui la gente fosse la protagonista. Ho cercato di muovermi a stretto contatto con la vita, il lavoro, le tradizioni di questo paese meraviglioso che è l'India. E anche quest'anno il gruppo dei partecipanti aveva un'omogeneità d'intenti: la fotografia prima di tutto.

Image

Questa comunione d'interessi ci ha portato alla ricerca delle condizioni migliori per lo scatto; ci ha fatto alzare all'alba per fotografare l'arrivo dei pescatori sulla spiaggia di Puri; ci ha fatto fermare lungo la strada per "cogliere" la raccolta del sale o la mietitura del riso; ci ha fatto camminare fino ai margini della foresta per incontrare la tribù dei Bonda con le donne vestite di sole perline e gli uomini "armati" di arco e frecce; ci ha fatto immergere nei vocianti mercati delle tribù tatuate Kutia Kondh; ci ha fatto vivere la frenetica attività del mercato del pesce e del bethel di Calcutta; ci ha fatto meravigliare nell'incontro con le donne Dongarya dalla testa riccamente adorna di curiosi ferma capelli e con le donne Paraja dagli strani e numerosi "orecchini" nasali. Insomma, la fotografia, questa forte passione che ci accomunava ci ha fatto scoprire dei luoghi e delle situazioni lontane dal turismo di massa, distanti dalle tappe classiche di un viaggio "organizzato"; ci ha permesso di entrare in contatto con un'India diversa, genuina.

Image

E' stata una bellissima esperienza. Il gruppo si è subito affiatato e amalgamato, la fotografia è stata un collante a presa rapida. Le digitali, D70 in testa, ci hanno permesso di condividere fin da subito gli scatti fatti. La cena e le tappe di trasferimento sono stati i momenti deputati alla discussione e allo scambio di consigli e suggerimenti. Ed è stato interessante vedere come ognuno di noi si muoveva in maniera diversa alla ricerca del taglio più adatto alla propria visione del soggetto. C'era chi, prima di scattare, ricercava l'equilibrio migliore, chi invece si concentrava sui particolari, altri ancora che "lavoravano" sui bambini, altri sui volti di donna e altri sul contesto fosse questo un villaggio o un mercato. Alla fine, pur muovendosi negli stessi luoghi, ogni partecipante ha riportato a casa la sua India, personale, non stereotipata e perciò unica. A tal proposito questo viaggio è stato per me molto particolare, mi ha fatto infatti scoprire ciò che veramente ricerco nella fotografia, ciò che veramente è, per Edoardo Agresti, la fotografia. Perciò, questa volta, non voglio dilungarmi ulteriormente su quello che abbiamo visto – anche perché saranno le immagini a "parlare" – ma tenterò invece di scrivere emozioni e descrivere la "mia" fotografia.

Image

Sono ormai 20 anni che scatto ed è bello accorgersi come nel corso del tempo il mio modo di vedere e di "scrivere" il mondo è cambiato, forse si è evoluto, fino a raggiungere una maturità che, credo come non mai, abbia raggiunto un limite interessante in questa parte dell'India.

Image

Come da sempre le mie immagini, non sono fotografie di denuncia sociale o di guerra, non vogliono shockare con foto violente né tantomeno fare dei saggi giornalistici; assolutamente non voglio fare dell'immagine una cartolina stereotipata. Quello che mi interessa e che fa parte da sempre della mia ricerca, è la forza intrinseca, magari contraddittoria, che emerge da ogni singolo scatto, seguendo, in tal senso, la filosofia fotografica di nomi, per me leggendari, tipo il fotografo belga Gruyaert o gli americani Alex Webb e Steve McCurry.

Ogni foto può essere letta singolarmente o insieme alle altre, può avere un filo conduttore comune oppure fine a se stessa; può essere un paesaggio o lo sguardo di un bambino, ma l'importante è che trasmetta emozione. Almeno nelle mie intenzioni, la fotografia deve rivelare qualcosa. E' bello soffermarsi a riflettere sul duplice significato di tale verbo. Esso, infatti, può voler dire: scoprire, oppure ricoprire, rimettere il velo. In una sola parola si racchiude un'azione e il suo opposto. Strano, ma molto adatto a descrivere certe immagini, certi scatti. Forse perché tutto l'Oriente è molto legato agli opposti: lo yin e lo yang, l'atavica lotta tra il bene e il male del Ramayana, l'estrema ricchezza dei Maharaja che si contrappone alla misera condizione degli "intoccabili"…

In alcune foto si legge la parte più intima, più nascosta della persona ritratta, come se la fotografia avesse estratto, scoperto e immortalato l'essenza stessa dell'Uomo (è curioso pensare come alcune tribù si rifiutano di essere fotografate per paura che gli venga rubata l'anima). In altre, invece, aleggia un patina misteriosa, una sorta di bruma mattutina che racchiude e ricopre come un velo protettivo, sentimenti ed emozioni troppo personali per essere condivisi e rilevati all'esterno.

Image

Con il passare del tempo, forse con una certa maturità che solo l'esperienza ti può dare, mi sono accorto che, forse anche inconsciamente, niente nello scatto è lasciato al caso anche se è il caso a fare lo scatto. Dall'analisi di ogni singola foto si nota un equilibrio cromatico al limite del maniacale; un controllo degli sfondi e dei soggetti quasi si fosse in studio coadiuvati da potenti flash e fondali; un bilanciamento delle masse che può sembrare costruito. Invece è tutto naturale e assolutamente reale. Niente di creato né tantomeno elaborato o «tagliato» in post produzione. Ogni momento è ripreso nell'attimo stesso in cui accade, nell'ambiente e con i giochi di luce ed ombre reali. Amo il colore nel giusto rapporto, talvolta leggermente accennato quasi desaturato; mi affascinano i chiaro-scuri delle prime luci dell'alba o dell'ultime ore del giorno. Se tutto questo non accade, se manca questa atmosfera quasi mistica, se la magica fusione della luce con il soggetto non dà equilibrio, mi sono accorto che rinuncio allo scatto. Sì, non mi interessa documentare. Non voglio che il «lettore» - ricordiamo ancora una volta che fotografare significa «scrivere con la luce» - dia un significato univoco alla foto. Ma voglio che tutte le volte che la legge trovi elementi nuovi, sensazioni nuove, stimoli diversi. In sintonia con il verbo "rivelare".

Image

Non ho scelto l'Oriente, e l'India in particolare, perché volessi fotografare i poveri o volessi mostrare la malattia, la sporcizia o il degrado, come normalmente si associa a questa parte del mondo. Certo viaggiando ci si imbatte nella disperazione e nella miseria, ma non era e non è quello il mio obbiettivo. Ho scelto l'Oriente perché mi piace conoscere ed esplorare mondi totalmente diversi da quello in cui vivo. Civiltà e società, alcune volte povere e disperatamente tragiche, complicate e interessanti, ma nel contempo piene e vibranti di vita. L'India in tal senso è unica. Terzani la descrive in maniera sublime: «L'India è l'India. [...] Chi ama l'India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E' sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l'amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. [...] In India si pensano altri pensieri.»

Image

Ed infine, mi sono fermato a riflettere su qual è il mio approccio al luogo, alla gente? Nessuno in particolare. Ossia mi sono reso conto che non parto con l'idea di fare certe foto, non mi preparo al viaggio, quantomeno non nel modo canonico: non leggo le classiche guide turistiche. Quello che faccio e che ritengo fondamentale è calarmi in un altro mondo che non è però fisico, ma mentale. Ossia cerco di predisporre e sincronizzare cuore, mente e obiettivo della macchina fotografica con l'ambiente, fatto di luoghi e persone. Questi quattro elementi devono essere inscindibilmente connessi tra loro, in completa empatia. Basta che soltanto uno di essi non sia in sintonia con gli altri ed ecco che nello scatto finale manca qualcosa. Insomma la foto che «esponi» deve essere esteticamente bella, ma deve riflettere l'anima del soggetto. Deve tirare fuori la sintesi, l'essenza stessa di un trascorso, sia questo un paesaggio o una persona.

Image Image

Questa è la fotografia che sento più vicina a me; questo è lo spirito con cui mi relaziono nello scattare, e non cambia sia che stia fotografando un matrimonio in Toscana che una festa in Birmania; questo è quello che non mi fa mai annoiare quando fotografo; questo è perché la fotografia è diventata un insopprimibile bisogno, è diventata la mia vita.

Concludo ringraziando i miei compagni di viaggio, tutti delle splendide persone e, lo dico di cuore, dei nuovi carissimi amici. Utilizzo questa parola, molto spesso inflazionata, ma in questo caso profondamente sincera, perché abbiamo condiviso un concentrato di emozioni e situazioni che hanno permesso anche in soli 18 giorni, di mettere a nudo la parte più vera di ognuno di noi. Ed è emerso un bel gruppo, giustamente eterogeneo caratterialmente, ma omogeneo nella visione del viaggio. Degli amanti della fotografia, dei veri viaggiatori, dei piacevolissimi compagni. Un grazie a: Angela, Gabriella, Vincenzo, Luigi, Carlo e un bacio speciale a Daniela. Un grazie anche all'organizzazione del viaggio curata magistralmente dalla Mistral e alla Nital che ha contribuito sia alla promozione che alla fornitura di materiale professionale.

Infine, se mai leggerà queste due righe, un grazie di cuore anche alla nostra guida indiana Jeannette.

Image

Ah dimenticavo, l'appuntamento con la Nikon School Travel da Edoardo Agresti accompagnata, si rinnova l'anno prossimo: destinazione Gujarat (se non sapete dov'è, fate una piccola ricerca, vi renderete conto di quante cose belle, inconsuete, ancora pochissimo conosciute, raccoglie questa regione dell'... Provate ad indovinare, per chi mi conosce sarà molto facile riempire i puntini). Per saperne di più seguite il sito della nital www.nital.it e mandate una email al mio indirizzo di posta Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo così da potervi inserire nella list e tenervi aggiornati con le mie iniziative.

Edoardo Agresti


Note Tecniche

Attrezzatura utilizzata dal fotografo NPS Edoardo Agresti: Nikon F6, Nikon F5, Nikon F100; 80-200mm D ED G 2.8 VR, 17-35mm D ED 2.8, 14mm D ED 2.8; duplicatore di focale TC 20E II; Flash SB80D, SB800D.
Pellicole utilizzate: Fuji Velvia 50. Cavalletto Manfrotto con testa separata. Nessun filtro è stato utilizzato negli scatti. Nessun "taglio" è stata fatto in post produzione.
La scansione delle immagini è stata eseguita con lo scanner Nikon Coolscan 5000 ED con una leggera maschera di contrasto (Intensity 20% su Halo Width 5%). Le foto non sono state smontate dai telaietti, per cui alcuni particolari all'estremità del fotogramma possono non essere presenti, lo sono invece nell'originale in diapositiva.
Attrezzatura dei partecipanti: Nikon F4, Nikon F80, Nikon D70 con un ottimo parco obiettivi tra cui anche il 12-24mm G.



inizio pagina
 
< Prec.   Pros. >