AFRICA

Con la Nikon School Travel di ritorno dall'India
di Edoardo Agresti

Chi ama l'India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E' sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l'amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. [...] In India si pensano altri pensieri.
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra (Longanesi, 2004)

L'India è l'India! Difficilmente si riesce a descrivere, difficilmente si racconta, difficilmente si immagina, forse solo con la fotografia si può dare un assaggio di ciò che questo Paese è! Molti hanno scritto sull'India, ma quando confronti ciò che hai letto con la realtà ti accorgi che manca sempre qualcosa. L'India è emozione e, come ogni sentimento, intimamente personale. A qualcuno trasmette gioia, fascino, stupore, meraviglia, spiritualità. Ad altri, pur muovendosi tra la stessa gente, tra le stesse case, nelle stesse feste, negli stessi luoghi, provoca dolore, rifiuto, ansia, voglia di tornare nella propria terra, voglia, quasi, di scappare. Ma va bene così, perché l'India è tutto e il suo contrario, è l'eterna lotta tra il bene e il male, tra il giusto e l'ingiusto, tra lo yin e lo yang, tra il positivo e il negativo... L'India, in qualsiasi modo la vivete, non lascia indifferenti, incide sempre un segno indelebile nelle coscienze di ognuno.

Image

Questa ampia premessa è necessaria per introdurre l'ultimo mio viaggio della Nikon School Travel e per far capire che chi visita l'India non può farlo con l'animo del turista né tantomeno con lo sguardo relazionale dell'Occidente perché, vissuta in questa prospettiva, l'India lascerebbe una visione superficiale di sé con un impatto emotivo sbagliato. Chi visita l'India deve prima di tutto comprenderne la storia, la religione, lo stato sociale, la cultura; deve calarsi in una dimensione nuova, totalmente diversa dai ritmi e dalla quotidianità della nostra civiltà. Solo allora inizierà a capire e forse anche ad accettare quello che di profondo questo Paese riesce ad esprimere. Forse riuscirà a cogliere quella spiritualità che permea ogni azione, ogni gesto, ogni comportamento: dal pastore del Rajastan al commerciante di Bombay, dal pescatore del Kerala al maharaja di Jaipur.

E, con occhi diversi, il viaggio ha inizio.

Image

Dopo alcuni giorni di permanenza a Benares, la città sacra agli induisti costruita sulla riva occidentale del Gange, ritorno a Delhi dove mi preparo ad accogliere il gruppo partito dall'Italia e, se il buongiorno si vede dal mattino, il primo impatto coi partecipanti – 10 nikonisti doc e una ragazza con una vecchia Ricoh - mi fa capire che non dovrebbero esserci particolari problemi di "socializzazione". Zaini fotografici, cavalletti, monopiedi, obiettivi dal 14mm al 300mm, macchine amatoriali e professionali, digitali e analogiche, compatte e reflex, abbiamo, nell'insieme, un'attrezzatura da far invidia al più fornito negozio di fotografia! Per alcuni, pur non essendo dei professionisti, la fotografia è molto più che un hobby, che una passione: è un modo di viaggiare! Sì perché il fotografo che si muove ha dei ritmi diversi rispetto al semplice viaggiatore; ha una visione del mondo filtrata dall'obiettivo della macchina fotografica; ha delle esigenze che, chi non fotografa, difficilmente comprende. E così, io che credevo di avere dei problemi nel proporre sveglie mattutine all'alba, mi ritrovo a "strappare" una mezz'ora di sonno in più posticipando la partenza dalle 4,30 alle 5; per non parlare del clou del viaggio, il Kumbh Mela di Ujian, dove eravamo in campo già dalle 1 del mattino. Sì il Kumbh Mela, ossia la Grande Festa, era la meta tanto desiderata di questo viaggio, l'evento attorno al quale è stato costruito l'intero itinerario. Ma la strada da percorrere è stata lunga, ricca però di incontri e situazioni molto interessanti. Il Taj Mahal di Agra; la fortezza e i Buddha scolpiti nella roccia di Gwailor; il piccolo villaggio di Datia su cui domina lo splendido forte e dove incontriamo alcune donne che rientrano dal lavoro nei campi con delle fascine di legna portate con estrema eleganza sulla testa; i cenotafi lungo il fiume che bagna Orchha dove, come per magia, echeggia, al sorgere del sole, il canto illuminato di uno yogi che ringrazia il suo Dio al ritmo di un vecchio strumento a corda. Già ognuna di queste immagini merita il viaggio. Pur avendo portato molti rotolini – dai 100 di Franco ai 35 di Angela - , si comincia a fare i conti su quanti ne sono stati già fatti e a controllare gli scatti.

Image

Il viaggio prosegue e il pullman che ci accompagna alla stazione del treno verso Bhopal è l'occasione giusta per discutere di bracketing piuttosto che di matrix, dell'utilizzo del flash in rear piuttosto che di composizione fotografica. Nascono dibattiti sulle qualità delle pellicole, sulla saturazione di una Velvia piuttosto che sui "rossi" di una Ekta VS, mentre ognuno riporta le proprie esperienze sull'utilizzo dei nuovi obiettivi e sulle modalità di lettura della luce… Insomma un confronto a 360° sulla fotografia dove s'impara e si consiglia, si suggerisce e si apprendono nuove soluzioni, ognuno, chi più chi meno, mette a disposizione degli altri il proprio "sapere" e così le tappe di trasferimento diventano una sorta di stage viaggiante. Ma l'occhio del fotografo vigila e scruta con attenzione dai finestrini del bus, trasformatesi in una sorta di schermo televisivo interattivo, per fermarsi alla prima scena interessante. E allora Oscar ed Emiliano da un lato, io e Sergio dall'altro, Stefania e Daniela con il loro seguito di donne e bambini da un altro ancora, insomma tutti in direzioni diverse ci muoviamo alla ricerca di un volto, di un sorriso, di uno sguardo pronti a cogliere attimi di vita quotidiana. Ci imbattiamo in una cerimonia di matrimonio in cui le spose – poco più che quattordicenni – vengono portate, in uno stato di trance tra colpi ritmici di tamburo e acqua di cocco versatagli sulla testa da uomini festanti, verso i futuri mariti scelti per loro in base alla casta di appartenza fin dalla nascita. Un cerimoniere accoglie queste adolescenti stremate e le bagna con dell'acqua "purificatrice" del Gange. Una delle tante situazioni che lasceranno un segno indelebile nelle nostre menti oltre ad impressionare le pellicole delle nostre macchine fotografiche.

Raggiungiamo la stazione e ci imbarchiano sul treno per Bhopal da cui, dopo circa 5 ore di pullman, arriviamo ad Indore: il punto di partenza verso Ujian, una delle 4 città sacre insieme a Nasik, Haridwar e Allahabad, dove ogni 12 anni, a ruota, si celebra il Kumbh Mela. Janette, la nostra guida locale, ci racconta una delle tante leggende sulla nascita di questi luoghi prescelti. Narra di come Vishu, nel trasportare in una coppa il nettare dell'immortalità attraverso il mondo degli dei, lasciò cadere quattro gocce di questo prezioso liquido sulla Terra dando così origine a questi luoghi particolarmente sacri, diventati, così, meta di pellegrinaggio da tutte le parti del Paese.

Image

Non si può capire l'India se non si conosce la sua religione, l'induismo con i suoi trecentotrenta milioni di dei. Più che una religione è proprio un modus vivendi, una filosofia di vita. Tutto ruota attorno alla legge del karma, ossia all'insieme dei buoni o cattivi comportamenti che un essere vivente compie nella sua vita terrena e che saranno determinanti nella reincarnazione alla sua rinascita. Il ciclo delle reincarnazioni, ossia il samsara, è praticamente infinito ed è fortemente subordinato alla qualità del karma. Le buone azioni nella vita vissuta elevano il karma e ci fanno, rinascendo, avvicinare al divino nel quale il samsara si dissolve ottenendo il moksha o nirvana, la liberazione dal ciclo delle vite. In questa visione della vita non c'è spazio, o meglio, non ha senso la compassione per i poveri, gli storpi, i malati. Il loro stato di sofferenza è conseguenza di una cattiva vita passata e questo passaggio è necessario per espiare le loro colpe e quindi elevarsi nella successiva rinascita. Un concetto difficile da accettare per la nostra cultura dove la carità cristiana ha radici profonde. Questa visione del mondo si contrappone altresì fortemente a quella buddhista che fa invece della compassione uno dei concetti base sul quale, in più occasioni, si è pronunciato l'attuale Dalai Lama e per la quale il principe Siddharta lasciò le mura del suo palazzo dorato. Per questo motivo molti disperati soprattutto della casta degli intoccabili, destinati a vivere una quotidianità d'inferno, nell'impossibilità di elevare la loro condizione sociale – l'appartenenza ad una casta è un fattore immodificabile - hanno deciso di diventare buddhisti o musulmani.

Anche se cerchiamo di calarci in questa nuova dimensione, ci resta molto difficile rimanere indifferenti davanti a lebbrosi, mendicanti, senza tetto, uomini e donne il cui futuro è privo di speranze, in cui la dignità dell'Uomo è calpestata e il cui valore è paragonato a quella di un cane tignoso… Così ci rifugiamo dietro gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche e la ricerca del giusto controluce o del taglio aureo, ci fa, nostro malgrado, superare questa situazione.

Image

L'arrivo ad Indore è carico di aspettative, il giorno, o meglio la notte seguente ci aspetta il Kumbh Mela!!! Benché stanchi del viaggio non ci lasciamo sfuggire la calda luce della sera e, Dario e Pierangelo in testa, ci muoviamo all'interno della piccola città. Il nostro interesse principale non è verso le classiche cose turistiche – palazzi, musei, monumenti vari – ma si indirizza nei luoghi dove si concentra la vita. Ed ecco che ci inoltriamo nella bidonville dove vivono gli intoccabili per i quali ha tanto combattuto il Mahatma Gandhi. E qui tra l'iniziale diffidenza e il giustificato stupore della gente, tra un namastè e un sorriso, ci lasciamo travolgere dall'euforia dello scattare. Un uomo si lava i denti con un legnetto, i bambini guardano incuriositi le nostre macchine fotografiche, le donne cuociono una pentola di riso, alcuni ci offrono un masala chai, il tè speziato diffuso in tutta l'India. Colori, suoni, odori inconsueti ci avvolgono. Poco lontano scorgiamo un piccolo gobi, la lavanderia del paese dove donne e uomini sbattono con forza i panni sulla pietra. Anche qui la meraviglia della gente è evidente, si fermano a guardarci incuriositi: where do you come from? Ci viene chiesto! Italy…! Rispondiamo continuando a scattare: chi con il flash, chi con un 400 asa, chi con la nuova D70!

Image

Da qui ci spostiamo prendendo degli scomodi ma praticissimi tuc tuc, una sorta di Ape che hanno la funzione di piccoli taxi, sicuramente i mezzi più idonei per muoversi nel caotico traffico cittadino. Si muovono zigzagando tra mucche, biciclette, motorini, macchine e camion, attraversando incroci e rotonde con un'abilità che definerei "chirurgica". Ci facciamo portare alla stazione dei treni che, turisticamente parlando, non ha niente d'interessante, ma per gli occhi di un fotografo è un vero paradiso. Indore è la stazione più vicina ad Ujian e perciò qui si concentrano migliaia di pellegrini diretti alla Grande Festa. La luce è quella giusta, raggi di sole filtrano tra i finestrini dei treni in partenza, le lunghe ombre della sera creano contrasti interessanti. Ma la nostra attenzione si focalizza sulla gente: sadhu, pastori rajastani, donne nei loro coloratissimi sari, gente comune e santoni vari, giainisti nudi e bambini festanti. Tutti ansiosi di partecipare al Kumbh Mela. I treni sono stracarichi. Le cabine sono superaffollate tanto che molti pellegrini si dispongono sopra ai tetti dei vagoni. E' un orgia di colori. Non facciamo in tempo a caricare la macchina fotografica che già siamo alla fine del rotolino. Sandra con la sua Coolpix 5700 è alla sua prima esperienza di India e di viaggio fotografico e quasi non riesce a scattare…

Image

Stanchi, ma soddisfatti rientriamo in hotel e programmiamo la partenza verso Ujian. E' curioso come le contraddizioni di cui l'India è ricca si manifestino anche al nostro ingresso in albergo: noi ci prepariamo per andare al Kumbh Mela, all'apoteosi della spiritualità indiana, tra devoti "pitturati" e donne nei loro sari arcobaleno, tra yogi in meditazione, pellegrini in kurta pijama bianco e altri con turbanti rosso o arancio mentre all'interno del Presindent Plaza uomini in discutibili completi scuri, hostess in tailler grigio spento che rendono impacciata la naturale elenganza e classe indiana, accolgono una convention dal titolo quanto meno curioso Internet Mela. E' questo il risultato della globalizzazione delle culture. Noi occidentali alla ricerca della spiritualità orientale, della medicina ayurvedica, dei rimedi olistici, dall'altra parte il bisogno indotto di essere on line.

Dato che sono previste oltre 5 milioni di persone decidiamo di partire alle 2 del mattino in modo da arrivare alla Grande Festa che è ancora notte. C'è il rischio di dover percorrere 4 chilometri di strada a piedi per raggiungere il fiume e quindi ognuno di noi ottimizza l'attrezzatura. Quasi tutti con due macchine al collo, montiamo il flash, uno zoom tele – fantastico il nuovo 70-200 AF-S VR – e uno grandangolare – il 17-35mm va per la maggiore – un altro obiettivo nel gilet, un leggero monopiede e un quantitativo indefinito di pellicole. La fortuna ci assiste e al nostro arrivo, alle 4 del mattino, riusciamo a trovare una specie di grande tuc tuc che ci trasporta nel cuore della Mela.

Image

La "nostra" festa ha inizio. Che dire! Pensavamo di muoverci come al solito: fissare un ora e un luogo di ritrovo in modo da esseri liberi di esprimerci! Qui non è possibile: una folla ininterrotta di pellegrini ci circonda, siamo costretti a seguire il flusso della gente cercando di mantenere il contatto visivo l'uno con l'altro. Ai lati delle strade è un susseguirsi di tende che accolgono i vari sadhu circondati dai loro discepoli; l'odore d'incenso ci avvolge, alcuni si apprestano a celebrare il saluto al sole e si aggingono al bagno mattutino in una sorta di lode al nascere del giorno. Si celebrano riti propiziatori; nella notte è morto un santone e si prepara una specie di portantina avvolta di fiori gialli con la quale il corpo verrà portato nel luogo atto alla cremazione. Veniamo trascinati, sotto l'occhio vigile della polizia che al suono di fischietti controlla e dirige i sensi di marcia di questa fiumana di gente, lungo la riva del fiume dove migliaia di uomini e donne si immergono nelle sacre acque purificatrici. Dopo un comprensibile smarrimento e timore iniziale, ci lasciamo andare a scattare per sfruttare al meglio la tenue luce dell'alba che argentea le acque del fiume. Da qualsiasi parte ci volgiamo c'è un angolo interessante: donne che si aggiustano il sari bagnato sulla pelle, vecchi che cantono ripetitive litanie, uomini nudi che si cospargono il corpo di cenere, alcuni che prendono l'acqua con le mani giunte versandosela sul capo per toccarsi poi gli occhi, la gola, il petto; altri che la gettano in direzione del sole in segno di saluto, altri ancora che la bevono per purificarsi dai peccati o la mettono in dei contenitori per portarla nelle proprie case. E' un caleodoscopio di colori, di situazioni, di profumi; cambia ad ogni angolo, si trasforma e in questo modificarsi continuo è difficile scattare. Saltano le simmetrie fotografiche, le varie regole compositive, non si riescono ad equilibrare le masse.

Image

Seguiamo il flusso delle persone che si dirige nel tempio principale, il luogo più sacro della città. Pagando 100 rupie – l'equivalente di 2 euro – riusciamo ad entrare da un ingresso secondario, evitando così la coda infinita che si accalca alla porta del tempio. Scalzi, con le inseparabili macchine al collo, ci ritroviamo ad essere spinti in avanti, tra cantilene innegganti Shiva, il dio a cui il tempio è dedicato. E nel cuore dell'edificio, le litanie diventono assordanti, i fedeli si prostrano, gettano fiori e palline bianche di zucchero alla divinità. Tutta la folla si concentra in un punto che sembra essere il centro catalizzatore delle preghiere: all'interno di una stanza emerge un enorme linga – la stilizzazione dell'organo maschile, una delle rappresentazioni di Shiva – e qui una sorta di sacerdote in evidente alterazione psicofisica, incensa e canta lodi alla "pietra" sacra.

E così siamo arrivati alle 9! La luce comincia a non essere più interessante e quindi, venendo meno l'adrenalina fotografica, la stanchezza comincia a farsi sentire. Alcuni irriducibili continuano a scattare, ma lentamente ci dirigiamo verso il pullman per il rientro alla base.

Come descrivere l'esperienza! Non riesco a trovare le giuste parole, forse ne sono uscito un po' stordito. Ho come la sensazione di aver visto "troppo". E' come quando sei alla ricerca di un paio di scarpe e ti ritrovi in un bazar dove ci sono migliaia di altri oggetti oltre a migliaia di scarpe e te ne esci senza aver trovato la "tua" perché ce ne sono troppe che ti potrebbero andar bene. E così il Kumbh Mela: troppa gente, troppe situazioni, troppi sadhu, troppi uomini nudi, troppe donne in sari, troppi bramini, troppe differenti etnie. Lo sguardo non riesce a concentrarsi su un qualcosa di preciso, tutto è confusione e la confusione è un elemento che contrasta con la mia sensibilità e di conseguenza si scontra con il mio modo di fotografare. A me piace il dettaglio, l'equilibrio, l'armonia nei colori e nelle masse, il controllo dello sfondo, la ricerca delle ombre e lo stacco sulle luci. Mi piace cogliere uno sguardo e un sorriso, un abbraccio e un gesto d'affetto. Tento di catturare in un ritratto quella magica luce che accende gli scuri occhi degli indiani e che dà potenza e forza al volto di un vecchio così come di un bambino, cercando di ricalcare, con la dovuta deferenza, i magistrali scatti di Steve Mcurry, uno dei migliori fotografi del National Geographic. E tutto questo difficilmente si sposa con la caoticità del Kumbh Mela.

Deluso quindi? Assolutamente no! Fotograficamente i miei soggetti sono altri - di cui però il viaggio, nell'insieme, ne è stato ricchissimo -, ma umanamente l'esperienza è stata unica e sicuramente molto forte e toccante!

Image

Archiviata la festa il viaggio continua! Torniamo in Pullman a Bhopal, tristemente nota per l'incidente all'industria di prodotti chimici Union Carbide del quale ancora oggi se ne vedono, nei bambini storpi o malformati, le tragiche conseguenze. Anche i nostri cellulari sembrano stranamente impazziti. Il tempo di sistemare le nostre valige e, "in sella" a 6 tuc tuc, ci inoltriamo nei mercati della città subito dopo aver visitato la bella moschea. Bhopal è infatti a maggioranza musulmana e questa cosa si riflette in maniera evidente nei comportamenti della gente, soprattutto delle donne. I colori sgargianti e "allegri" dei sari, la pancia leggermente scoperta magari abbellita da un semplice anello all'ombelico che fa capolino dalle trame di seta del vestito, gli sguardi curiosi e talvolta maliziosi, lasciano il posto a tristi pastrani neri che coprono in maniera informe la donna, spesso anche gli occhi sono coperti da una velina. Tentiamo di scattare qualche foto, ma subito ci accorgiamo che anche la reazione ai nostri obiettivi cambia: se prima erano i sorrisi, talvolta timidi e riservati, a caratterizzare il comportamento delle persone adesso gli sguardi diventano scontrosi, diffidenti. Le donne si girano e gli uomini sembrano guardarci con aria di sfida: eppure è la stessa gente, lo stesso popolo. Ed è qui che mi rendo conto di quanto sia profondo lo strappo culturale tra musulmani ed induisti: basti pensare che i primi alla fine del Ramadan uccidono i vitelli per festeggiare la fine del periodo di digiuno gli altri, invece, considerano le mucche animali sacri da venerare.

Siamo ormai al termine di questa nuova esperienza indiana! Da Bhopal raggiungiamo in aereo Bombay o Mumbai come la chiamano adesso gli indiani. Una città di oltre 15 milioni di persone, quasi un terzo dell'intera popolazione italiana. Vi arriviamo di notte, due giorni prima delle elezioni che dovranno rinnovare il Congresso del Paese. Nel tragitto dall'aeroporto all'albergo impervia il caos. Macchine, camion, tuc tuc, motorini, biciclette una babele di due e quattroruote. Ma più ci avviciniamo all'hotel e più il traffico diminuisce. Ci stiamo dirigendo infatti nella cosiddetta Manhattan di Bombay, il quartiere dei ricchi, dove il costo di un appartamento è in linea con i prezzi del mattone in Italia!! All'esterno molti edifici sembrano fatiscenti, ma dietro le facciate scrostate – ci racconta Janette - si nascondono arredamenti da sogno, proprietà di arabi e facoltosi indiani magari coinvolti nel business del cinema. Non dimentichiamo infatti che qui ha sede Bollywood la più prolifica industria cinematografica del mondo.

Un giro panoramico della città ci porta a scoprire il quartiere dove aveva sede il vecchio governo inglese. Passeggiando tra edifici coloniali, viali alberati, bus rossi a due piani, taxi gialli e neri sembra di muoverci per le vie di Londra, ma subito l'identità del luogo ha il sopravvento quando, proprio sotto quello che viene chiamato il Big Ben di Bombay, un pescatore trasporta tranquillamente in mezzo alla strada, su un carretto, due enormi squali, forse catturati nella notte, diretti al mercato del pesce cittadino. Foto obbligata.

La tappa successiva ci porta al mercato coperto della frutta e degli animali dove i raggi del sole filtrano tra i tendoni colorati creando dei giochi di luci ed ombre imperdibili. Un uomo con un sorriso "d'oro" cattura la mia attenzione così come coloro che portano in ceste di vimini enormi papaye, manghi e ananas. Tra corvi satolli e carcasse di cavalli e capre mi inoltro nella "macelleria", un luogo lugubre dove il puzzo del sangue rappreso si mescola, in un'acre risultanza, con i bastoncini d'incenso al jasmine. Ma la luce è fantastica. Lettura spot e apertura alle danze! Certe volte penso che bisogna essere un po' malati per rimanere estasiati da certe situazioni.

Bombay è un insieme di piccole isole e la pesca è un'altra attività importante nell'economia cittadina. Il pesce fresco viene scaricato ogni mattina nel villaggio proprio a pochi metri dal nostro albergo. Dopo tanto mangiare fortemente speziato a base di cardamomo, cumino, peperoncino, ginger, zafferano, curcuma, chiodi di garofano, anice, noce moscata e altri aromi meno noti che ha messo a dura prova le capacità digestive del gruppo, decidiamo per una frittura e grigliata di pesce. E così il panneer – Il formaggio indiano -, il dal makhani – la zuppa di lenticchie, fonte alternativa di proteine per i vegetariani -, l'immancabile riso bianco basmati, il pollo e il montone tutti cucinati praticamente alla stessa maniera, lasciano il posto ad una frittura di totani e ad un gigantesco pesce molto simile alla nostra cernia. L'euforia per i sapori diversi è tale che qualcuno del gruppo in un eccesso di "nostalgia" – siamo in un modesto ristorante di Bombay – si sente in dovere di chiedere una wine list!!! Con il pesce, il sommellier insegna, ci vuole un ottimo e fresco vino bianco!

Image

Quest'ultima "battuta" ci riporta in albergo. Il pomeriggio è dedicato allo shopping, con Lorella in testa e un po' tutti gli altri al seguito. Giungiamo così alla nostra ultima cena indiana e tra delle penne alla matriciana e una pizza margherita – in hotel si cucina italiano e la voglia dei nostri sapori impazza – preparate le valigie, riposte le nostre macchine - fedeli compagne di avventure -, discutiamo del prossimo viaggio: gennaio 2005 nel Kerala per le principali feste hindù del sud dell'India sempre con la Nikon School Travel. Poi il transfert all'aeroporto per il rientro in Italia.

L'attesa del volo, quando speri che prima o poi si inventi il teletrasporto, è l'occasione giusta per le riflessioni finali, prima che l'emozioni si raffreddino e le sensazioni si smorzino sotto l'inevitabile tram tram quotidiano. Fotograficamente sono stati i colori e le persone i protagonisti indiscussi del viaggio. La stazione dei treni il luogo dove, più di ogni altro, ho respirato i sapori dell'India. Quello che invece mi è rimasto dentro, che mi sono portato a casa è stato quella profonda spiritualità che si percepisce continuamente in ogni occasione; è stato la loro concezione del vivere e del morire così intimamente legata al destino; è stato quel rendere grazie continuo, quel chiedere aiuto e protezione, quella ricerca di purificazione, quel relazionarsi con l'altro scandito dal namastè, declamato portando le mani giunte all'altezza del viso, che in indi significa: saluto il dio che è dentro te! E forse è stato per questi motivi che il primo impulso che ho avuto al mio rientro a Firenze è stato quello di entrare in una chiesa per confrontarmi con il "nostro" Assoluto, per riscoprire, anche nelle nostre radici cristiane, quel senso di discatto dal possesso, dall'avere che, globalizzazione culturale permettendo, ancora di riesce a provare in India. E lì ho pregato!

Edoardo Agresti
www.edoardoagresti.it
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo


Ringraziamenti

Un particolare ringraziamento a tutti i partecipanti perché hanno saputo al meglio cogliere lo spirito di un viaggio fotografico. Spero che quei pochi consigli che ho cercato di dare a chi me ne ha fatto richiesta, possono aver contribuito ad ottenere degli scatti interessanti. Da parte mia rinnovo il mio sincero daniewad a: Sergio, Stefania, Emiliano, Sandra, Pierangelo, Lorella, Franco, Oscar, Angela, Janette – la nostra guida locale - e un bacio a Daniela. Complimenti alla Mistral per l'organizzazione e alla Nital per il supporto tecnico.

Attrezzatura fotografica utilizzata in viaggio

Macchine fotografiche: F5; F100; F80; F90x; D70; Coolpix 5700.
Obiettivi: 14mm ED 2.8; 17-35mm ED 2.8; 20mm 2.8; 28-70mm AF-S VR ED 2.8G; 18-70mm AF-S DX 3.5/4.5G; 70-200mm AF-S VR ED 2.8G; 85mm 1.8; 300mm AF-S ED 4.
Pellicole: Velvia 50; Velvia 100; Provia 100 F; Astia 100 F; Ektachrome 100 VS; Scala 200; Tri X 400.
Accessori: monopiede, cavalletto, flash SB 80, SB 26, SB 24



inizio pagina
 
< Prec.   Pros. >