AFRICA
| I bambini di Ilha de Mozambique |
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di Edoardo Agresti Eccomi nuovamente davanti al "foglio" bianco di un computer, nel tentativo di raccontare, ancora una volta, un'incredibile esperienza. Sono stato indeciso fino all'ultimo se scrivere a caldo quello che stavamo vivendo oppure lasciar passare un po' di tempo sedimentando così la giostra di emozioni in cui ci siamo imbattuti. Ho optato per la scrivania incasinata del mio studio fiorentino dove tra foto buttate in terra, decine di cavi elettrici sui quali inciampo ogni volta che mi siedo, centinaia di cd intorno allo stereo, il cellulare che squilla, il campanello che suona, albums di matrimonio sparsi a destra e manca, 3 pc e due mac trascorro il mio tempo "italiano".
Devo dire che i primi giorni dal rientro sono, come sempre, i più traumatici. Ti ritrovi catapultato nel vortice frenetico del nostro quotidiano così all'improvviso, che la voglia di ripartire ti assale con prepotenza. Il pensiero corre veloce al prossimo viaggio in modo da consolare i primi momenti di ambientamento con l'idea della nuova avventura. Luigi, uno dei più assidui Nikon Travelisti nonché una stupenda persona, ancora prima della partenza, all'aeroporto di Fiumicino, già si preoccupa del Travel del prossimo anno. Ma veniamo al viaggio: Malawi e Mozambico. Due mete indubbiamente insolite, ma ancora più insolito il mezzo con cui ci muoviamo: un truck Overland. Uno di quei camion militari Iveco di colore arancione del tutto simile a quelli che l'amico Beppe Tenti porta in giro per il mondo. Confesso che molti sono stati i dubbi che mi erano sorti quando Stefano, proprietario del camion, mi aveva contattato per propormi questo tipo di viaggio. Non tanto per me. Io ho avuto la fortuna di viaggiare fin dall'età di 10 anni e il mio spirito di adattamento è stato sufficientemente - almeno credo - messo alla prova da situazioni estreme sia in oriente, sia nel deserto del Sahara, sia al freddo andino. Ma i partecipanti?
Quando Francesca, compagna di Stefano nonché nostra cuoca, mi scrive di ricordare agli "altri" di portare al massimo 10 kg di bagaglio e di sottolineare la necessità di un buon spirito di adattamento, le perplessità sulla buona riuscita del viaggio si fanno importanti. Siamo 13, tutti su un camion, a stretto contatto l'uno con l'altro per 20 giorni, con persone che vengono da diverse parti d'Italia, con differenti esperienze di viaggio, ognuno con il proprio carattere e le proprie esigenze; il rischio di vedere saltare i nervi a qualcuno può essere percentualmente alto. Ma c'è un grande elemento che mi fa ben sperare, il motivo che ci accomuna: la fotografia. ![]() Quasi 14 ore di viaggio, per alcuni due scali tecnici - partenza alle 23 e arrivo alle 14 del giorno successivo - sporchi, stanchi, atterriamo a Lilongwe, capitale del Malawi, tipica cittadina africana che non offre nessuna attrattiva dal punto di vista turistico (come si trova descritto nelle poche guide scritte sul paese). Soltanto un punto di partenza per viaggiatori diretti verso lo Zambia, la Tanzania, oppure, come noi, il Mozambico. Beh, non ci credevo, il tempo di una doccia veloce e tutti in giro con le macchine al collo. Che meraviglia. Quello che per il classico viaggiatore non offre alcunché da vedere, per noi è un susseguirsi di emozioni. Andiamo al mercato locale. Chi taglia la canna da zucchero, chi cuoce il pollo alla brace, chi frigge le patate in un improbabile olio di "qualcosa", chi vende vestiti in un'asta improvvisata, chi ripara le scarpe, chi prega, chi si lava; taxi, biciclette, pulman carichi di passeggeri, insomma una miriade di spunti per affinare gli obiettivi delle nostre macchine fotografiche. Prima prova superata. E per la serie "chi ben comincia è a metà dell'opera" inizio a tranquillizzarmi. Dopo aver fatto il visto, tutti sul truck, e così parte l'avventura, diretti verso il parco nazionale di Liwonde dove arriviamo nel pomeriggio. Come è tradizione nei miei viaggi fotografici la partenza al mattino è molto presto. E' importante infatti, per poter scattare, sfruttare la luce migliore, soprattutto a queste latitudini dove la parabola ascendente e discendente del sole è molto simile ad un'onda quadra. Il primo chiarore si ha verso le 5 ma già alle 8 il sole è alto nel cielo e le ombre tendono a scomparire come a mezzogiorno. Lo stesso accade al tramonto che ci concede soltanto una mezz'oretta di luce "interessante". In realtà devo dire che il digitale, con la sua ampia gamma dinamica (la "vecchia" latitudine di posa), ci aiuta a scattare anche durante il giorno senza perdere il dettaglio sia nelle alte che nelle basse luci. Un grande vantaggio per coloro, come me, che usavano la Velvia 50 dove 1/3 di diaframma in più o in meno, trasformava un elefante all'ombra di un'acacia, in una gigantesca macchia nera.
Digitale! Sono centinaia i forum on line che mettono a confronto e che accendono "cruenti" dibattiti tra i fans dei bytes e quelli degli alogenuri d'argento. E anche in questo viaggio è stato argomento di discussione. Per la verità gli unici tre che ancora scattano in pellicola – la frenetica Gina, il tranquillo Fabrizio e l'esuberante Valerio – li vedremo presto con delle D200 al collo. Si percepiva infatti una bonaria invidia quando noi "digitali" la sera ci confrontavamo sulla qualità degli scatti effettuati; sul taglio diverso con cui ognuno di noi aveva interpretato una stessa immagine; sui particolari che Vincenzo, piuttosto che David avevano colto; su quell'espressione o quel sorriso che Daniela era riuscita a immortalare, sul trasformare in bianco e nero o virare seppia quel primo piano di Ric. ![]() Siamo solo al secondo giorno e mi sono lasciato troppo prendere la mano dal racconto. Di questo passo essendo 20 quelli di viaggio mi vedo già intento alla stesura di un libro più che di un piccolo reportage. Forse è meglio procedere in modo diverso. Anche perché ripensando a mente fredda all'esperienze e alle storie che si raccontano nelle cene di ritorno con gli amici lasciati, mi sono reso conto che in realtà, quello che mi è rimasto sono emozioni e non luoghi, perché di quest'ultimi c'era solo l'assenza. Non mi si fraintenda. Quello che voglio dire è che se qualcuno, in partenza per il nostro stesso viaggio, mi chiedesse di fare un riassunto dei posti assolutamente da non perdere non saprei quali dire. Sono stati infatti, gli episodi e gli incontri che hanno significato l'intero viaggio. Magari diversi per ognuno di noi, ma pur sempre aventi come protagonisti i nostri simili o quasi, come gli elefanti che si aggiravano tra le nostre tende dalla notte all'alba nel parco di Liwonde, oppure la vita sul fiume che bagna la fatiscente cittadina di Mocuba, o i pescatori al tramonto lungo la costa del lago Malawi, o i raccoglitori di tè di Mulanje oppure la gente e la vita di Ilha de Mozambique, nota nel passato per essere il più importante centro di smistamento e vendita di schiavi di tutta l'Africa orientale. Ma procediamo per ordine: la sveglia con gli elefanti. In realtà chiamarla sveglia è essere gentili in quanto già dalle 2 di notte un branco di circa 10 pachidermi, maschi, femmine e cuccioli, si aggira tra le nostre tende banchettando con i rami strappati alle acacie sotto cui abbiamo montato il campo. Il timore lascia presto spazio all'emozione di essere circondati da una delle più affascinanti espressioni della potenza del mondo animale. In religioso silenzio ognuno di noi gode di questa esperienza unica; il rumore di qualche scatto rubato aleggia nell'aria, sempre attenti a non trasformare questa esperienza in tragedia. Alle 5, come a salutare il pallido sorgere del sole, in fila indiana, la famiglia di elefanti si allontana lasciandosi alle spalle gli evidenti segni del loro passaggio. Ric controlla sul display da 2,5" della sua digitale il risultato del suo 10 mm russo, purtroppo i limiti dell'obbiettivo sono evidenti…
Mocuba. Se a un malawiano del nord chiedete dove si trova Mocuba ci sono buone probabilità che non vi sappia rispondere. Mocuba è quanto di più tristemente fatiscente la nostra visione occidentale delle città vi possa associare. Uso un eufemismo dicendo che la recente guerra civile ha lasciato delle chiare "tracce" di drammatici scontri armati. In un atmosfera da mezzogiorno di fuoco dove la polvere alzata dallo zoccolio dei cavalli è qui sollevata dal passaggio di pick up stracolmi di persone, raggiungiamo il nostro albergo ignari della sorpresa che ci attende. Pur avendolo prenotato con largo anticipo, confermatolo ripetutamente per telefono e assicurateci dell'avvenuto booking non ci sono stanze per tutti. Sembra incredibile, ma a Mocuba, nel buco del culo del mondo, si svolge un meeting di preti cattolici e tutti gli alberghi – tengo a precisare che la pensione più squallida di via Faenza a Firenze è un 5 stelle a confronto e non me ne vogliano quindi gli albergatori se uso arbitrariamente tale termine – sono sold out. Dopo un'ora di vana ricerca facciamo l'ultimo tentativo alla Pensione Rosa - potete ben immaginare cosa ci aspetta visto che già si chiama pensione invece di albergo – e lì troviamo da dormire. Il perché era libera è presto detto: i proprietari sono degli indiani del Gujarat (prossimo Nikon School Travel, che coincidenza) di religione musulmana… Comunque niente panico, lo spirito è sempre allegro e prendiamo con la giusta filosofia questa spartana sistemazione.
Il tempo di sistemare la valigia, - Gina di rompere un letto nel tentativo di fare "pulizia" - ma non di fare la doccia perché non c'è acqua corrente, e subito siamo al fiume. Sono le 16 e i riflessi dell'acqua iniziano a passare dall'argento, al giallo, all'arancione. Dal ponte che attraversa il fiume i nostri teleobiettivi fermano la frenetica vita sottostante. Donne che lavano i panni, bambini che fanno il bagno, uomini che pescano, gente che trasporta l'acqua verso casa. Urla e grida accompagnano i nostri saluti e i sorrisi della gente si imprimono nelle schede delle macchine digitali. Il nostro entusiasmo è palpabile; una strana euforia, paragonata da David a quella di un bambino in una fabbrica di dolciumi, assale ognuno di noi e ci spinge fin giù, dentro l'acqua, per strappare degli intensi primi piani e per entrare ancora di più nella "scena". Ci tratteniamo fino a che l'ultimo raggio di sole, che ci colpisce ormai quasi in parallelo con il terreno, ci permette di fare delle intriganti silhouette a chi ancora è intento a tirare a riva le reti povere di pesci. Soddisfatti, ognuno con il proprio "scatto" ce ne torniamo da Rosa. Adesso anche la triste dimora sembra meno fatiscente. ![]() Ma arriviamo all'Isola!!! A chi mi chiedesse se è bella Ilha de Mozambique non saprei cosa rispondere. Non perché non abbia una mia opinione a riguardo, ma perché la mia risposta sarebbe profondamente influenzata dal mio lavoro, cioè dall'essere un fotografo. L'Isola è architettonicamente divisa in due parti ben distinte. Appena superato il ponte, lungo diversi chilometri, la strada, come una sorta di sopraelevata, attraversa il villaggio dei nativi fatto di capanne dai muri in terra e dai tetti in paglia. Sembra di percorrere un lungo cavalcavia. Infatti il villaggio è stato costruito sotto il livello del mare, in quanto la pietra scavata è stata utilizzata per edificare le abitazioni dei portoghesi durante il periodo coloniale. Abitazioni che costituiscono l'altra parte della città. Un tempo questa area, che domina con l'imponente fortezza, doveva rispecchiare l'opulenza tipica delle città coloniali. Intonaci colorati, edifici dalle architetture occidentali, ville sul mare con pergolati e piscina privata. Tutto questo però, appartiene al passato. Dal 1975, anno in cui i portoghesi hanno lasciato il Mozambico, questa parte dell'isola, come una donna di mezza età che si lascia andare, ha perso la tonicità di chi tiene allenati i propri muscoli e, con il "contributo" disarmante dei nativi si è trasformata in quanto di più decadente e fatiscente ci si possa immaginare. I muri scrostati, le case diroccatte, le porte, un tempo fatte di legno finemente istoriato, adesso sono in squallida lamiera, le strade polverose nascondono qua e là dei fini lastricati multicolore; soltanto alcuni lampioni presi come bersaglio dai sassi dei bambini ci ricordano i fasti e il lusso del lungomare. E' profondamente angosciante vedere come questo Patrimonio dell'Umanità sia impietosamente lasciato, come un ferita aperta prossima alla putrefazione, in balia della corrosione del tempo e che nessuno dei locali faccia niente per proteggere questa parte della loro terra, della loro storia. Bom dia padrao! Buon giorno padrone! Eccomi improvvisamente colpito da uno schiaffo inaspettato. Una sensazione di nausea e di fastidioso stupore mi assale. In un attimo capisco quanto poco quell'isola possa essere amata dai locali. Nei neri che mi circondano si legge ancora troppo chiaramente il loro passato di schiavi, di negri. Non pensavo potesse esistere ancora al mondo un luogo in cui il bianco viene chiamato padrone e i neri hanno una soggezione reverenziale soltanto per la differenza nel colore della pelle. Follemente incredibile. Ripensandoci a freddo però, non so se questo giustifichi il degrado dell'Isola, anche perché l'Isola stessa, può essere per loro un trampolino di riscatto futuro. Chissa!
Questa premessa a Ilha è fondamentale per rispondere alla domanda iniziale: ma Ilha è bella? Agli occhi di un turista direi proprio di no. Nemmeno le spiagge che circondono l'isola e si affacciano sul mare cristallino dell'Oceano Indiano possono soddisfare i "bisogni" di colui che si muove per trovare dalla vacanza un luogo dove poter prendere il sole e leggere un buon libro. Infatti quelle splendide distese di sabbia immacolata vengono usate come cesso pubblico dagli oltre 15.000 neri dell'Isola. Ma per colui che invece si muove spinto dalla fame di conoscere, per un curioso, per chi non cerca l'Italia fuori dai confini nazionali, per un viaggiatore, per un fotografo o per un semplice amante della fotografia? Beh, non ci sono parole per descrivere il fascino che la decadenza, la fatiscenza e l'indolenza delle persone e del luogo hanno per gli sguardi filtrati attraverso gli obiettivi della macchina fotografica. L'ambiente in cui ci muoviamo è un set naturale dove, ora la casa diroccata, ora il muro giallo scrostato, ora il vecchio e malconcio ospedale, ora la candida chiesa cristiana, ora la verde moschea creano delle location in cui gli abitanti si muovono come in una sorta di palcoscenico teatrale. Non c'è niente di falso, di costruito per il turista, di artificiale. E' tutto vero, è la vita quotidiana dell'isola che si lascia scoprire ed immortalare così senza resistenza, senza pudore, senza chiederci niente. Qualche volta siamo noi, magari in evidente imbarazzo per il suono di quegli anacronistici ed assurdi padrao, a mostrare la nostra "invadenza" nei display delle macchine digitali a chi, sorridendo, ce ne fa richiesta. Sì per me, per Daniela, per Fabrizio – una sorta di pifferaio magico che riesce a parlare con chiunque anche se le lingue non coincidono e si ritrova sempre una scia di bambini festanti al seguito -, per Francesco, fresco di digitale e, credo di non sbagliare parlando a nome di tutti gli altri, l'Isola è bella, anzi è fantastica.
La sveglia al mattino è libera, ma alle prime luci dell'alba, Luigi, David, Ric, Vincenzo, Fabrizio, me e Daniela siamo per le strade ancora assonnate della città, seguiti di lì a poco da Valerio, Sabrina, Francesco, Gina mentre Stefano e Francesca, i nostri "accompagnatori" si concedono ancora un po' di riposo. Ric e David, alla loro prima esperienza di viaggio fotografico, maledicono il fatto di avere un solo corpo macchina e, Murphy insegna, quando hai montato il tele ti serve il grandangolo e viceversa. Partiamo in gruppo, ma già dopo pochi metri ognuno di noi indirizza l'occhio su qualcosa di diverso; chi si ferma, chi si inoltra in qualche vicolo, chi rimane ipnotizzato dagli occhi di un bambino e soltanto il click della macchina fotografica come il battito di mani di un prestigiatore, lo riporta alla realtà. Ci guardiamo intorno e ci ritroviamo soli, ognuno ha imboccato cammini personali. Ci ritroviamo a pranzo, stanchi, ma subito pronti, tra una battuta di Valerio e un aneddoto di Stefano, a ripartire nel primo pomeriggio. ![]() Ilha, come le sirene per Ulisse, ci attrae, ma qui non c'è nessuno che ci lega per non farci trasportare dalla sua magia. Ilha, così ricca di controtraddizioni e di equilibri, dove la madrasa è stata costruita proprio davanti alla scuola cattolica e dove i bambini tra un San Francesco Xavier e un Maometto giocano indifferentemente e in totale armonia nel cortile della chiesa così come sotto il minareto; dove alle prove dei canti per l'offertorio della domenica in chiesa si contrappone la lettura del corano lungo la strada che porta alla moschea. Dove si deve fare i turni per seguire le lezioni a scuola e ci si accalca fin dalle prime ore dell'alba per riuscire comunque a entrare in classe; dove un bambino su 3 è sieropositivo e dove la pediatria è ubicata in un logoro stanzone in cui la stadera non è altro che una pesa da pesce riadattata. Dove l'ospedale, un tempo tra i più efficenti del paese è adesso la casa di alcune famiglie che tra una corsia e un laboratorio hanno lì trasferito la loro dimora. Dove, pur non avendo fognature, pur avendo trasformato in cloache le spiagge circostanti, si continua a spazzare con scomode scope senza manico, la polvere dalle strade per un'anacronistico senso di pulizia. Dove i fili della luce sono stati utilizzati come stendini per i panni e la preziosa ceramica dell'800 ridotta in piccoli pezzettini colorati per farne monili e collane. Dove la Coca Cola costa molto meno dell'acqua minerale e dove diventare vecchi è un privilegio riservato a pochi fortunati. Aldilà di tutto rimani colpito dalla serenità delle persone, dai sorrisi spontanei, dai saluti festosi che ci riservano i pescatori mentre riparano le reti all'ombra della verde moschea. Ma proprio per tutto questo Ilha è unica; proprio per questo emana un fascino irresistibile; proprio per questi motivi si ha nostalgia quando, nostro malgrado, siamo costretti dal tempo tiranno a rientrare verso casa. Credo che dopo Ilha il viaggio si possa considerare concluso. Mancano ancora alcuni giorni, ma è difficile sostituire nei nostri cuori quella luce magica che l'alba isolana accendeva nella gente e nelle cose. E' difficile ritrovare quegli sguardi misti di curiosità e sorriso, quegli occhi che raccontano più di 100 parole, quel vivere in un tempo diverso dal 2006, con dei ritmi scanditi dal naturale procedere del sole, dove all'alba si parte per la pesca e al tramonto si rientra a vendere il pesce fresco… Sì dopo Ilha è proprio finito; la raccolta del tè a Mulanje, due giorni di relax tra i pescatori lungo il lago Malawi - dove Gina, ma soprattutto Sabrina annotano nei loro diari gli ultimi appunti - continuano il viaggio, ma con la mente sei già in Italia, mentre una parte del cuore è ancora là per sempre nell'Isola.
Edoardo Agresti Come sempre un grazie ha tutti coloro che hanno condiviso questa bellissima esperienza con me: Valerio, Sabrina, Gina, Francesco, Fabrizio, Luigi, David, Riccardo, Vincenzo, Daniela. Alcuni, che già in precedenza avevano con me viaggiato, sono dei cari amici, gli altri lo sono diventati. Un grazie a Stefano e Francesca, i proprietari del camion nonché nostri accompagnatori. Hanno organizzato un viaggio fantastico capendo appieno quali erano le nostre "esigenze" di fotografi. Sono sicuro che con questi nuovi amici faremo tante altre cose insieme. Come sempre un grazie alla Nital che continua a darmi "fiducia" nel promuovere in qualche modo il marchio Nikon. P.S: in realtà eravamo in 14, contando anche il nostro meccanico tanzaniano, ma la sua presenza è sempre stata talmente "evanescente" che è come se non ci fosse stato. inizio pagina |
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