AFRICA
| Himba, i rossi d'Africa |
Viaggio Nikon in Namibia, tra deserti, savana e gli orgogliosi popoli del Norddi Edoardo Agresti
Anche questo viaggio è giunto al termine, ognuno è tornato nel suo ambiente molte volte fatto di asettici uffici, di colazioni di lavoro, di pesanti rapporti con i clienti, di litigi sul parcheggio, di questioni su un rigore non concesso, insomma è tornato alla sua "normalità". Le emozioni vissute in viaggio sono però ancora così forti e presenti dentro di noi che molti si sentono smarriti, estranei, ancora ancorati - quantomeno con la mente - verso ciò che abbiamo lasciato. Questo viaggio è stato, forse più di ogni altro, un'avventura, scoprendo - come se ce ne fosse bisogno - che il Viaggiare è diverso dal fare il turista. La Namibia è infatti un paese in cui è possibile muoversi senza la necessità di doversi affidare ad un "tutto organizzato", quindi tre macchine a noleggio per 10 persone - tanti erano i miei compagni di viaggio - e via, tra piste di sale e dune di sabbia. Per me è sempre molto difficile scrivere - faccio il fotografo e non il giornalista - tanto più quando si devono esprimere emozioni, sensazioni. Per fortuna, e spero valga anche per i miei scatti, la fotografia esprime in un linguaggio universale molto più di quello che le parole, almeno le mie, riescono a trasmettere. "Scrivere con la luce" è l'etimologia dal greco di "fotografare" ed è quello che un fotografo dovrebbe fare. Potrà essere una favola per bambini o un libro di fantascienza, un giallo o un dramma sentimentale; per la Namibia ho cercato di "scrivere" un romanzo d'avventura ispirandomi, in un azzardato paragone letterario, ai coinvolgenti libri di Wilbur Smith. ![]() L'itinerario segue i percorsi classici di un primo "assaggio" di questo paese africano: Windhoek, Namib Desert, Swakopmund, Skeleton Coast, Opuwo e il Parco Nazionale dell'Etosha. Oltre 3.500 chilometri dei quali ben 2.500 di pista. Un viaggio normale? Assolutamente no! Quello che rende unica e irripetibile la nostra avventura è la filosofia che sta dietro al nostro muoversi: la fotografia. Fin dalla prima sosta al primo rifornimento di carburante le macchine - fotografiche s'intende - entrano in azione. Alcuni dei partecipanti, ancora in fase di rodaggio o perché alla loro prima esperienza, hanno un timido approccio con lo scatto, ma questa fase d'imbarazzo dura giusto il tempo di prendere un minimo di confidenza e… ognuno di noi inizia a scrivere il primo capitolo del proprio libro. L'entusiasmo è alto e al primo tramonto l'armonia dei colori che precedono la notte infonde gioia , serenità e carica d‘entusiasmo: siamo in Africa! Sarebbe troppo lungo e, magari anche un po' noioso per il lettore, fare il diario di bordo giorno per giorno del viaggio, mi limiterò quindi ad una passata veloce, ad una sorta di volo radente su quello che, a mio avviso, ha "colpito" l'occhio e la mente di tutti noi. Idealmente possiamo raggruppare il racconto in tre grandi argomenti: i paesaggi, la gente e gli animali. Possiamo anche associare rispettivamente degli aggettivi ad ognuno di loro: grandiosi e talvolta surreali, gentile e orgogliosa , emozionanti e selvaggi. Il territorio della Namibia è vasto quasi 4 volte l'Italia con una popolazione che non arriva ai 3 milioni di abitanti, per la maggior parte concentrati nelle poche grandi cittadine. Viaggiando quindi si percorrono centinaia di chilometri senza incrociare nessuno, solo noi e la natura a farci compagnia. Lo sa bene Peter - insieme a Lorella, Daniela, Angela, Emiliano e Sandra, reduci dal viaggio in India del 2004 - che si ritrova impantanato nel fango con la prospettiva di trascorrere la notte all'addiaccio circondato dai conturbanti e talvolta sinistri rumori della notte africana. Tranquilli non l'abbiamo lasciato ai "leoni"! ![]() La mattina sono le prime ore dell'alba che accompagnano i nostri scatti. Incontriamo, e ne veniamo idealmente fagocitati, ambienti riccamente eterogenei. Le maestose dune di sabbia che caratterizzano il Namib Desert, con la Duna 45 a fare da modella nella zona di Sesriem; i tronchi anneriti da un antico incendio che, come elementi carbonizzati da una improbabile guerra post-atomica, si staccano dal fondo bianco di un lago ormai prosciugato del Dead Vlei; le acacie e i cespugli sbattuti dal forte vento che, alzando una fitta coltre di sabbia finissima, creano un'irreale atmosfera che sembra immergerci in una assurda bruma mattutina. Il taglio fotografico del viaggio comincia a prendere forma, le soste durante il percorso si fanno più frequenti per sfruttare al meglio la luce delle prime ore del mattino, le domande e i consigli sono sempre più assidui. Chiara insieme a Lara, alla loro prima esperienza di viaggio fotografico, sono quelle che fin dall'inizio esternano l'emozioni che altri ancora tengono assopite. Luigi, "vecchio" compagno del viaggio in Orissa dello scorso aprile, passato gradualmente dall'analogico al digitale, ha un attimo di sconforto quando la sua macchina fotografica smette di scattare. Sarà un problema grave? Forse la polvere, forse il caldo, forse… Prima di un rapido controllo dell'apparecchio gli chiedo maggiori dettagli sul tipo di errore: non scatta e il display segnala la scritta FULL! Ilarità generale e dubbi manifesti sull'insegnante d'inglese del corso aziendale che sta frequentando e consiglio di mettere più impegno nell'apprendimento. Scaricata la scheda sull'inseparabile P2000 della Epson, poi formattata e, come per magia, la macchina ricomincia a scattare. ![]() Breve sosta a Solitaire per una fantastica torta di mele e il viaggio prosegue verso la costa. La strada che percorriamo si snoda tra panorami mozzafiato. La stagione delle piogge che doveva essere finita da oltre un mese, ha continuato a scaricare millimetri di acqua fino a pochi giorni prima. Ciò ha creato un paesaggio inconsueto per questo periodo: il deserto è fiorito e gli argentei cespugli di una particolare erba africana ondeggiano al vento come spume infrante di un mare battuto da un timido Maestrale. L'orizzonte intorno a noi non ha confini e lo sguardo spazia all'infinito senza riuscire a trovare un punto su cui focalizzare l'attenzione. Sarà dura riuscire a racchiudere in una fotografia quello che vediamo: sarà un'impresa rendere finito l'infinito! Arriviamo a Swakopmund, un'incredibile cittadina in stile tedesco che sembra appartenere ad un'improbabile lega anseatica d'Africa. Tetti spioventi, casine dai tipici colori nordeuropei, locali dove si beve birra, ma si mangia spiedini di kudu, bistecca di springbock, tagliata di elan e kebab di struzzo. L'atmosfera è tranquilla, la gente è cordiale anche se si "respira" ancora un po' troppo la divisione tra bianchi e neri.
L'indomani ci aspetta un'intera giornata tra le dune più alte del mondo e per qualcuno è il vero battesimo del deserto: Sesriem è stato l'aperitivo, Sandwich Harbour sarà il pasto completo. Le saline di Walvis Bay fanno da apripista fotografico mentre la corsa in fuoristrada lungo la battigia ci trasporta in pieno deserto. E' incredibile vedere delle montagne di sabbia che "precipitano" a picco nell‘oceano. Non c'è più pista, ma solo l'esperienza dei nostri navigati piloti ci permette di cavalcare questo mare di dune. Scendiamo con i Land Rover da montagne di sabbia alte anche 300 metri e vi posso assicurare che l'emozione è forte. Così come è suggestivo e irripetibile il pranzo a base di lasagne e torta di mele preparatoci dalle mogli dei nostri autisti. Normalmente l'escursione dura poco più di mezza giornata, ma con l'approssimarsi del tramonto, come una sorta di Dracula dell'obiettivo, ci risvegliamo dal torpore della piatta luce di mezzogiorno, e ogni angolo e incontro è oggetto di sosta prolungata. E' già notte fonda quando rientriamo. Tutto ciò che abbiamo visto e immortalato fino ad adesso è stato sicuramente bello, ma molti di noi, io per primo - marcato stretto da Angela che non si capacita ancora di non essere partita per il Gujarat nella "sua" India -, cominciano a soffrire la crisi d'astinenza dovuta alla mancanza di gente, di sguardi, di sorrisi. Il paesaggio è indubbiamente affascinante, la natura e gli animali certamente sono emozionanti, ma a tutto questo manca qualcosa. Un missing forse non ben definibile, la cui assenza però si fa sentire. Perciò quando ci incamminiamo verso Nord, in direzione della meta, del clou, del punto focale del nostro viaggio siamo in molti a fremere: gli Himba si stanno avvicinando.
Percorriamo circa 250 chilometri della Skeleton Coast. Una pista di sale che divide l'Atlantico dal niente. Lo sanno bene i numerosi naufraghi del passato che hanno visto mortalmente svanire l'entusiasmo dell'aver toccato terra dopo il naufragio nelle pericolose secche della costa. Tutto intorno per chilometri e chilometri solo sale e niente più! In realtà non è proprio così. Qualche essere vivente c'è. Per la verità sono quasi 30.000 che diventano oltre 80.000 in alcuni periodi dell'anno. E' la colonia di otarie più numerosa del mondo che è stanziale nella zona di Cape Cross. La temperata corrente del Benguela infatti rende questo tratto di costa particolarmente ricco di fauna ittica, al punto da permettere la proliferazione di questi animali che si nutrono di circa 20 kg di pesce al giorno. Uno spettacolo unico, tanto che dedichiamo quasi 2 ore di scatti. Ognuno si muove alla ricerca dello scatto migliore; anche Lorella, in genere più affascinata dallo shopping che dalla fotografia, si aggira con la sua coolpix tra i piccoli delle foche. ![]() Ripartiamo. La strada si fa sempre più difficoltosa. Siamo costretti a guadare piccoli corsi d'acqua e più di una volta Daniela è costretta a scendere per sondare il terreno e dare indicazioni su quale sia l'attraversamento migliore. Sassi, sabbia, ci addentriamo nel letto di fiumi in secca; Emiliano s'insabbia, ma riesce ad uscirne senza troppe difficoltà. Foriamo una gomma. La benzina scarseggia e ancora il punto d'arrivo è lontano. Il paesaggio circostante si trasforma: dal piattume di sale lungo la costa a delle morbide colline verdi ricche di bassa vegetazione in fiore. Incontriamo giraffe, springbock, struzzi, sciacalli e varie piccole antilopi e strani uccelli. Finalmente dopo due giorni di duro viaggio, arriviamo ad Opuwo, la capitale della regione dove vivono gli Himba. Stanchi, affaticati, sporchi, ma sorridenti. Felici di essere insieme, contenti di aver conquistato e costruito, come una specie di esploratori d'altri tempi, il viaggio giorno per giorno, risolvendo problemi e piccoli inconvenienti. Siamo arrivati. Daniela, Lara, Chiara, Emiliano, Peter, coloro che si affidano alla vecchia pellicola fanno il conto dei rotolini rimasti, chi ha le digitali, come Luigi e Sandra - la contabile del gruppo - scarica le schede e carica le pile. Tutti comunque ci prepariamo al mattino seguente.
Di buon ora, il che vuol dire alle prime luci del giorno, ci muoviamo in direzione di uno dei numerosi villaggi che costellano i dintorni di Opuwo. La richiesta che facciamo alla guida locale è quella di raggiungerne uno poco "turistico", sottolineando l'esigenza di ricercare situazioni vere e non costruite ad hoc per gruppi di viaggiatori in doppiopetto. Nel frattempo, conoscendo gli usi e i costumi degli Himba, abbiamo fatto scorta di alcuni doni da portare al capo villaggio. Tra di essi spiccano oltre 20 chili di farina, diverse confezioni di tabacco da sniffo e 5 litri di vaselina liquida! Soltanto e se il capo villaggio accetterà i nostri omaggi ci sarà permesso di fotografare e di parlare con gli uomini e con le donne. Credendo che fosse una pura formalità, non ci eravamo preparati ad affrontare diversi rifiuti. Tutto questo contribuiva però ad aumentare la voglia di avvicinarsi a questo popolo e, dopo l'ennesimo diniego, finalmente ci troviamo all'interno di un piccolo villaggio Himba. La figura del capo, seduto con in mano una pipa di tabacco da sniffo e nei capelli una punta di freccia, ci colpisce per il sorriso e lo sguardo pulito. L'interesse nel chiederci da dove veniamo e con cosa abbiamo raggiunto la "sua" casa è vero, così come lo sono i ringraziamenti quando gli consegniamo i nostri doni. Intorno a lui gruppi di donne Himba si affaccendono in cose domestiche. I bambini, per niente incuriositi dalla nostra presenza, continuano a giocare tra loro, mentre alcune mamme proseguono ad allattare i propri figli. L'atmosfera è irreale; un'inspiegabile senso di pace e tranquillità avvolge molti di noi, al punto che, quando il capo villaggio ci dà il permesso di fotografare, abbiamo un attimo di smarrimento. L'emozione di essere in un mondo fuori dal tempo o meglio, dove il tempo sembra essersi fermato congelando un'Africa che è ormai sta scomparendo, ci pone davanti un interrogativo profondo: è giusto "invadere" con la nostra "civiltà" questo angolo di paradiso? Qui non esistono computer, non ci sono né automobili né motorini, non ci sono giornali o riviste, non c'è la televisione e la radio, non ci sono grandi magazzini o supermercati né uffici di multinazionali, non ci sono dirigenti e nemmeno operai. Non ci sono macchine fotografiche! Non si parla inglese, non si insegna ingegneria o psicologia, non si mandano i figli a lezione di pianoforte o in piscina. Qui la vita è scandita da ritmi naturali, da esigenze vere. Si porta a pascolare il bestiame perché si nutra e produca il latte per la comunità; si raccoglie il grano per poi macinarlo e fare il pane; i padri insegnano ai figli a cacciare, a mungere le capre, a distinguere le erbe medicinali da quelle cattive; le madri insegnano alle figlie a cucinare e ad accudire ai fratelli più piccoli. Le donne sono coperte soltanto da una piccola gonna di pelle di capra e il loro corpo è ricoperto di una crema ottenuta dal miscuglio di polvere di ocra con grasso animale. Gioielli e monili adornano con eleganza capelli, collo e caviglie e la loro bellezza non ha niente da invidiare a quella delle top model - magari rifatte - di casa nostra. ![]() Al calar della sera, davanti al fuoco sacro, gli anziani del villaggio raccontano le storie degli antenati. Equilibri e tradizioni che si sono mantenute inalterate da secoli di isolamento, dal mancato contatto con la "civiltà". Ma tutto questo sta lentamente e inesorabilmente cambiando. Si stanno modificando le loro abitudini - da popolo nomade a stanziale -; in Opuwo hanno fatto la comparsa reggiseni e jeans, mentre la necessità indotta del denaro, ha portato le bellissime donne Himba a prostituirsi mentre i loro mariti cadono ubriachi ai margini della strada. Ed ecco tornare con prepotenza la domanda: è giusto essere qui? Poi mi sono risposto. Non con certezze assolute, ma stimolando una riflessione. Il nostro modo di viaggiare, profondamente legato alla fotografia, può sembrare ad una lettura superficiale un modo invasivo per rapportarsi con gli altri. In realtà se fatto con intelligenza, con gentilezza, con attenzione al rispetto della volontà e della dignità altrui è un bellissimo modo per far conoscere le cose belle del nostro pianeta. E' un modo per difendere e aiutare gli altri. Congelando una situazione nel suo essere migliore si sensibilizza le coscienze affinché non si alterino in futuro con la nostra visione di civiltà. E' bello conoscere, è importante parlare, chiedere e ascoltare, prima di scattare. Niente soldi, niente rossetti, giocattoli, vestiti, bottiglie di vino o quant'altro di "nostro" per una foto. Molti in molte parti del mondo hanno ormai compromesso questo approccio alla fotografia al punto che sei costretto a pagare per poter fotografare. In quei posti, tra quella gente ormai si è perso la genuinità di un sorriso, la spontaneità di un abbraccio, la meraviglia di un dono. In molti villaggi Himba questo ancora non è accaduto. Salvaguardare il nostro pianeta vuol dire anche impedire una globalizzazione selvaggia, vuol dire proteggere l'integrità di tradizioni e culture, vuol dire capire che il giusto e lo sbagliato, il bello e il brutto, il ricco e il povero sono concetti relativi. Vuol dire smettere di rapportare lo star bene o lo star male ai nostri modelli "occidentali". Vuol dire prendere coscienza che il mondo in cui temporaneamente viviamo è così affascinante proprio perché è così profondamente diverso. Il viaggio è terminato, almeno idealmente. I due giorni successivi nel Parco dell'Etosha non sono minimamente paragonabili a quelli appena trascorsi ed è per questo motivo che voglio mantenere vivo in me e in coloro che hanno avuto la pazienza di leggermi, il ricordo degli Himba: il popolo dei rossi d'Africa.
Perdonatemi se mi sono lasciato un po' prendere la mano con troppe sensazioni personali, ma il viaggiare mi smuove sentimenti dormienti. In particolare questo modo di viaggiare mi apre emozioni sempre nuove. La conclusione, infine, è un ringraziamento sincero a tutti gli amici che hanno condiviso con me questa avventura: Emiliano, Luigi, Pierangelo, Sandra, Chiara, Lara, Lorella, Angela e Daniela e alla Nital che ha promosso e patrocinato questa iniziativa, nonché alla Songlines di Firenze che ha curato l'organizzazione tecnica del viaggio. Un abbraccio a tutti e alla prossima! Attrezzatura utilizzata: Zoom Nikon 200-400mm f.4 VR D-ED; 70-200mm f.2.8 VR D-ED; 28-70mm f.2.8 VR D-ED; 17-35mm f.2.8 D-ED; Ottiche fisse Nikon: 10,5mm f.2.8; 14mm f.2.8; 300mm f.2.8 E; Macchine fotografiche Nikon: F5, F6, F100, F75, F80, D70; Altre macchine fotografiche: Konica-Minolta 7D con obiettivi 12-24mm; 100-300mm; 400mm inizio pagina |
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