AFRICA

Burkina Faso - A Tiébélé colori e contrasti

di Giovanni Maria Incorpora

 

A sud della regione di Po’, al confine con il Ghana, è una lunga pista in terra battuta che porta al lembo più meridionale del Burkina, Tiébélé.

Etnia dei Gurunsi.

Rispetto al Burkina e non solo, è come entrare in un mondo a sé stante. Qui tutto è diverso. C’è una propria lingua, il Kasim, ci sono le decorazioni colorate sulle case dei villaggi, c’è una Reggia, c’è una collina sacra dentro cui sono sepolti vasi contenenti le placente dei bimbi appena nati, animismo puro. E poi c’è la vita di sempre, con il suo lavoro, la sua religione, i suoi riti, la sua gente.

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Tiébélé ha una struttura urbanistica costituita da costruzioni in banco, l’argilla cruda mischiata a sabbia. Le case sono diverse in funzione dello status del proprietario: le rotonde con tetto in paglia (dra) appartengono ai giovani, le rettangolari con terrazzo (mangolo) alle giovani coppie, le case doppie bilobate (di-nie)alle donne anziane con bambini piccoli.Al centro dell’insieme, piccole piazze (naboo) contengono i granai.

L’urbanistica delle case, strette l’un l’altra,  è a mò di fortezza in modo tale da poter far fronte ai nemici o agli agenti naturali come il vento, la pioggia, un tempo, quando c’erano ancora, agli animali selvaggi: è così che gli ingressi sono tutti molto bassi con uno sbarramento che costringe non solo a piegarsi ma anche ad entrare in maniera contorta, praticamente strisciando o da seduti.

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La casa reale, molto più grande, ha finestre e scale e porte e nicchie e terrazze che la rendono evidente.

Qui il gioco dei colori, degli spazi lobati, delle camere che si intersecano e si allargano compenetrandosi l’una nell’altra, assume un significato di potere oltre che estetico funzionale.

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Anche la scala diventa un elemento gioioso dell’insieme. Quella in muratura è fissa e dunque inamovibile. In aggiunta, altre scale in legno, molto simili alle Dogon del Mali, si poggiano spesso su pareti che danno accesso a terrazzi, movimentando l’insieme e aggiungendo forma e colore.

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E poi le decorazioni, disegnate sui muri nei mesi prima delle piogge, hanno tre colori fondamentali, il nero, il bianco simbolo di purezza, bellezza ed il rosso simbolo di potere. Inizialmente erano le donne a colorarle. Oggi i giovani contribuiscono alla creatività, tuttavia vincolata da antichi segni e significati.

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Gli alberi sono maestosi. Abbracciano il paesaggio in maniera superba. Guardandoli pare che il tempo prenda forma.

Assumono spettacolari bugnature, alcuni si aggrappano alla terra sontuosamente, invitano ad uno spettacolo che fa parte della natura, ma allo stesso tempo la nobilitano.

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A volte si intrecciano con il lavoro dell’uomo e, indisturbati l’un l’altro, in sinergia, quasi a reciproca difesa, intrecciano un dialogo, silenzioso ed amoroso, tenero e accattivante.

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Altre, e ce ne eravamo accorti arrivando dalla pista in terra battuta, subiscono il dominio bieco dell’uomo.I baobab un tempo erano tanti, forse per qualcuno troppi. Facevano bella mostra di sé, altissimi amici del cielo e dell’uomo, semi cresciuti a dismisura, imponenti, frondose, antiche ombre, frutti e corde di tronchi, corteggiati da milioni d’api per un miele speciale, antiche terapie e rimedi contro ogni male.Erano sontuosamente antichi.Stranamente ovvi a queste latitudini.Ora non più.Baobab secolari, in fila lungo il percorso che porta a Tiébélé, abbattuti.

L’uno dopo l’altro. Biecamente.

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A far spazio a tralicci della luce, una trifase altera, spietatamente esemplificatrice d’un progresso che lascia attoniti.Negli immensi spazi africani, là dove lo sguardo perde la sua misura di spazio, perché la condivisione della natura e della tecnologia non era possibile?Ora forse le buie notti non son più buie e una lampadina accesa, un neon sgangherato raccolgono a milioni zanzare e formiche alate. Il frutto dell’elettricità  subdola, raccoglie consensi, arrivando a discapito dei baobab. Tralicci alti quanto loro, elettrodotti in media-alta tensione ne han preso il posto. Scarni, nudi, supportano cavi elettrici.Resta un’ecatombe di antichi baobab, sdraiati per terra, tagliati ed annientati, solo ricordo di possenti tronchi denudati, predati ormai per tarmi e fuoco.Una sera di maggio. All’improvviso, come saette, nel cielo di Tiebelè.I griots raccontano ancora, lungo le sue strade, i vecchi miti tra le capanne tinte di catrame e di altri coloratissimi estratti di piante.Raccontano miti di baobab, persino, forse gli stessi che un tempo segnavano i luoghi a lungo riconosciuti e che ora sono nudi spazi senza ombre.Mortificati, addolorati, increduli, vorremmo tuttavia capire.

Un traliccio alto domina il paesaggio: un albero di karitè, solo, impaurito attende.

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