AFRICA

Workshop fotografico con Edoardo Agresti di ritorno dall'Africa.

La fotografia come memoria del tempo, la fotografia come modo di essere, la fotografia come esercizio della mente e del cuore, la fotografia: un’autobiografia scritta con la luce!

 

Traccia 4, dall’album the best of Zambia Hits. Una musica africana, un ritmo scandito da forti percussioni, una voce corale che accompagna una melodia ripetuta, pause che introducono o chiudono una stessa strofa musicale. Insomma un susseguirsi di note sempre suonate nella stessa successione. Traccia 5: cambiano le parole, almeno così mi sembra, ma il ritmo resta lo stesso. Nella musica africana si rispecchia il vivere dell’Africa o almeno di questa parte d’Africa dove anno dopo anno tutto si ripete nella stessa sequenza come se il tempo avesse perso il suo scorrere naturale e, confuso nel suo incedere diverso, fosse rimasto ancorato a un eterno passato. Il tempo scorre e fluisce e solo la morte riesce ad afferrarlo qui, dove le tradizioni e le gesta delle genti sembrano sospese in un tempo indefinito, questa affermazione di Henry Cartier Bresson viene clamorosamente smentita.

Dopo tanti viaggi, tanti incontri, tanti spostamenti nel Continente Nero quello che mi scorre davanti è un film con la “pausa” inserita, uno stesso fotogramma fisso nel tempo. Riporto alla mente alcuni scatti di Rodgers fatti nell’immediato dopo guerra o alcuni della Fisher degli anni settanta e guardo i miei di pochi mesi fa’: tecnica a parte le immagini descrivono situazioni simili.

Ma allora perché continuare ad andare in Africa, perché almeno due volte l’anno mi ritrovo su un volo della Ethiopian Airline diretto ad Addis Ababa?

Il perché è semplice: voglio capire, voglio riuscire a comprendere le ragioni di questa innaturale staticità dell’essere; perché da sempre le donne continuano a macinare il mais battendolo in mortai di legno, perché continuano a portare l’acqua in secchi prima di zucca e poi di plastica, perché non usano un carretto attaccato alla bicicletta per trasportare la legna invece di caricarsi la testa con immensi fardelli raccolti nel bush: indubbiamente eleganti nel loro deambulare come giovani educande ottocentesche, ma perché continuare a durare questa immensa fatica?

Perché non cambiare, perché non provare a togliere lo stand by e vedere come continua il lungometraggio? Contenti loro, si potrebbe dire! E contenti forse lo sono davvero perché cambiare è ovunque difficile, uscire dalle proprie abitudini è rischioso, meglio un percorso certo e sicuro che un sentiero ignoto, la porta è la parte più difficile di un viaggio per usare una metafora cara ai latini.

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Ma cosa centra questa lunga e magari noiosa introduzione con la Nikon School Travel? Forse niente, ma nelle nostre serate passate a centellinare la mitica grappa di Luigi magari nelle piantagioni di tè di Thyolo oppure davanti al fuoco e al sordo barrire degli ippopotami del fiume Luangwa o ancora sul ponte della 1a classe del mercantile Ilala sul lago Nyassa si diventa anche un po’ filosofi e ci si lascia andare alla condivisione di intimi pensieri. Allora le stelle che si riflettono sulle calme acque del lago diventono dei buchi su quella coperta che Dio ha voluto lanciare tra il sole e la terra per permettere all’uomo di riposare e il rumore delle onde che s’infrangono sulla riva, la colonna sonora di madre Natura.

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E la fotografia? Beh più volte l’ho scritto e oggi lo sottolineo: per me la fotografia è filosofia, è vita e io sono i miei scatti. I miei pensieri sono le immagini che devo ancora scattare mentre le immagini che ho scattato sono la mia realtà quello che occhi, mente e cuore hanno visto e vissuto. Nikon School Travel è un viaggio fotografico e, almeno per me, oltre a una scuola di tecnica è anche una scuola di vita.

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Trovo molto difficile comunicare a parole le mie sensazioni, quello che sento veramente, tento così di scriverle, ma spesso il mio vocabolario è povero e la forma è quantomeno modesta. Lascio perciò alla luce l’onere della scrittura. Credo di essere un buon fotografo, ma un mediocre oratore. Forse è per questo che ogni sera in viaggio accendo il computer, scarico le foto dalle mie D3 e cerco di condividere con gli altri le emozioni della giornata. Mi piace far vedere i miei scatti perché sono le mie foto a parlare per me e l’insegnamento è sicuramente migliore. ViewNX e CaptureNX diventano i miei due fedeli assistenti.

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Ultimamente però mi sono domandato più volte se in questi miei workshops s’impara realmente a fotografare o meglio se ho veramente qualcosa da insegnare.

Mi immagino i partecipanti prima della partenza porsi la stessa domanda che il figlio di Rodgers rivolse a suo padre in una lettera scritta nel 1970:

Padre cosa devo fare per diventare un bravo fotografo?” La sua risposta fu: “...Come si può rispondere su qualcosa che non ha una spiegazione tecnica, che è impalpabile e proviene dall’interno?

Ognuno infatti deve fare le proprie esperienze e la fotografia, quella con la F maiuscola, è un cammino nella vita, un continuo arrivare e partire, un’instancabile ricerca, un mettersi continuamente in discussione. Ecco perché la fotografia è intimamente legata al viaggio ed ecco il perché del “mio” Nikon School Travel: tre parole in cui si condensa tutta l’essenza di quanto scritto fino adesso.

Il viaggio è un elemento cardine. La scelta e la programmazione sono importanti quanto lo svolgimento. Nello specifico Stefano e Francesca dell’Africawildtruck sono stati magistrali. Ci hanno condotti sul loro camion arancione tra Malawi e Zambia con estrema professionalità soddisfacendo le continue richieste di noi “assetati” d’immagini.

I due itinerari che ci hanno portato alla scoperta della real life di questi insoliti paesi africani hanno, a mio parere, trovato la loro massima espressione nella discesa del Lago Malawi sulla fatiscente motonave Ilala e nei giorni trascorsi all’interno dei giardini del tè a Thyolo. Due esperienze, tra le tante vissute, uniche sia a livello umano che fotografico.

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Durante i tre giorni di navigazione sulla motonave, ognuno dei partecipanti ha potuto scrivere il proprio viaggio, libero di scegliere il momento migliore per scattare. Marco e David approfittano della notte, visto il loro “passaggio ponte” forzato, per muoversi tra la 2a e la 3a classe; Ugo e Giuseppina il giorno; Carla, Barbara e l’altra Pina attendono dal ponte i momenti migliori; Fabrizio con il suo incedere lento si concentra sui bambini, mentre Daniela socializza e inquadra alcune mamme mentre allattano piccoli marmocchi neri. Ognuno prendendo i suoi tempi, come una camminata in montagna, senza il timore di essere considerato il “paparazzo” del gruppo.

Lo stesso accade nel secondo viaggio dove David, Lorenzo e Sarit mi seguono tra le colline del tè camminando all’alba immersi in una incredibile nebbia da cui appaiono come fantasmi giovani raccoglitrici impegnate a strappare le piccole foglie verdi. Gli altri hanno preso una direzione diversa tra acacie a ombrello e boschetti di alberi di gelso; sono Stefano, Massimo, Gianluca, Marco, Luca, Irene chi sdariato in terra, chi dall’alto, chi appoggiato a un tronco tagliato tutti comunque alla ricerca dello scatto migliore, della foto da riportare nel proprio album di ricordi.

E la sera, Laura e Anny prima di tutti, ci ritroviamo dietro al mio computer. Allo scorrere delle immagini ecco i primi commenti: “ma quando hai fatto quella foto, ma dove ero, ma eravamo in posti diversi?” “No”, rispondo “facevamo tutti lo stesso viaggio e molte volte eravano tutti insieme, ma è giusto così. E’ giusto che i vostri scatti siano diversi dai miei, è giusto che gli scatti di ognuno di voi siano diversi da quelli del vostro compagno. Non dovete copiare le immagini di nessuno, tantomeno le mie perché altrimenti alla fine quello che porterete a casa, saranno le mie emozioni, la mia esperienza, la mia vita e non la vostra. Certo la mia presenza è importante, in alcuni casi direi fondamentale, come lo è il regista la cui impronta deve emergere dal taglio del film, ma l’interpretazione è lasciata alla bravura dell’attore. Io divento quindi il mezzo, lo strumento necessario per cominciare a “leggere” il mondo in un modo diverso, forse nuovo. A capire come muoversi intorno al soggetto, a cogliere la luce, a enfatizzare nel taglio e negli sfondi certe azioni. Quindi sicuramente nei vostri scatti si percepirà la mia influenza, ma, tra le righe, si dovranno leggere le vostre di emozioni e non più le mie.”

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Ecco quindi che nei miei viaggi il concetto di School esce dai canoni classici dell’insegnamento. Non solo la tecnica, della quale comunque ne discutiamo praticamente tutto il giorno - che si potrebbe però anche imparare in centinaia di libri di testo - ma un approccio diverso alla fotografia. Ecco perché, in questo report, non ho voluto approfondire più di tanto quello che abbiamo visto, gli incontri fatti o le feste a cui abbiamo assistito. Non ho parole adatte per descrivere questo modo di vivere il viaggio fotografico se non con la fotografia stessa. Ecco quindi l’invito a guardare le immagini allegate frutto di una attenta selezione.

Concludo con una speranza: se quando ci ritroveremo tutti insieme a commentare gli scatti stampati, osservervando le foto dei partecipanti mi troverò a dire anche io: “ma facevamo lo stesso viaggio?” Allora sarò contento perché, forse, sarò stato un bravo insegnante in quanto avrò risposto alla domanda: “Padre come faccio a diventare un bravo fotografo?”

 

Edoardo Agresti

www.edoardoagresti.it

 

P.S.: i Nikon School Travel sono stati nel corso di questi anni, e spero lo saranno ancora nel futuro, oltre ad un mezzo per “insegnare” e “imparare” a fotografare, un modo per trovare nuovi amici. In ogni viaggio ho riportato a casa, ma soprattutto nel cuore, persone splendide. Forse sarà l’obbiettivo comune della fotografia, forse il modo di viaggiare, forse l’inevitabili affinità caratteriali che accomunano persone con queste stesse “passioni”, ma a ogni mio rientro mi sento più ricco.

Anche questi due ultimi Nikon School Travel non hanno avuto smentite. Quindi è veramente con tutto me stesso che sento il bisogno di ringraziare coloro che hanno condiviso con me quest’ultima esperienza africana. Li scrivo in ordine sparso perché nessuno è meno importante degli altri: Stefano, Francesca, David, Irene, Luca, Marco, Marchino, Laura, Anny, Ugo, Giuseppina, Pina, Lorenzo, Gianluca, Massimo, Sarit, Fabrizio, Carla, Barbara e Daniela. Grazie con tutto me stesso. E’ doveroso inoltre un ringraziamento alla Nital e in particolare a Marco Rovere con il quale da tempo portiamo avanti, credo con successo, il progetto Nikon School Travel e con il quale si è istaurato un bel rapporto di stima e fiducia reciproca.

Curiosità: durante questi NST avevo con me oltre 25 kg di bagaglio a mano: solo attrezzatura fotografica mia e a disposizione dei partecipanti. D3, D300

 
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