AFRICA

I Dogon della Falesia di Bandiangara in Mali

di Giovanni Maria Incorpora

 

Bandiagara, riferimento della Falesia del Mali, per chi arrivi dalla capitale Bamako, è un dolce transito verso i luoghi dove i Dogon, nel millequattrocento o giù di lì, si insediarono molto probabilmente  per sfuggire all’invasione dell’Islam. Costoro trovarono i Tellem là, appollaiati e quasi  intrappolati da quelle rocce, dentro quelle grotte, antichi pastori e cacciatori che scolpivano pure figure in legno con le braccia alzate al cielo verso Amma, in una fede consolidata al loro Dio del cielo, della terra, dell’acqua.

 

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Ma i Dogon, agricoltori ed anch’essi raffinati artisti del legno e del ferro, sapevano bene  cosa volevano: la loro religione li portava fermamente verso un rapporto con gli antenati stabile, vigoroso, verso una fede nell’al di là incrollabile.

La Falesia di Bandiagara che si estende per oltre duecento chilometri in lunghezza, è alta, scoscesa roccia e si presta alla difesa dagli attacchi esterni dei musulmani.

Spiritualmente perfetta.

E lì si insediarono, i Dogon e per tutta la sua lunghezza costruirono i loro villaggi, abbarbicandoli come avevan fatto i  Tellem alla roccia ma anche costruendoli in pianura, secondo una logica dettata dalla  loro religione che poneva ab initio il dio Nummo, venuto dal cielo con altri sette antenati a fecondare la terra.

Il primo uomo, Adama, la prima donna Hawa, rispettarono quelle leggi che permisero loro di costruire i granai e le case che ora, adagiate e congruenti l’una con l’altra, vivono in una perfetta, condivisa vita sociale fondata dalla prima  famiglia, all’origine del mondo.

I loro primi sguardi si rivolsero spesso al cielo e le stelle li accompagnarono nelle lunghe notti.MaliBis01

I granai si moltiplicarono, tra i baobab ed anche le maschere e le sculture che scolpivano nel legno per onorare i defunti, per celebrare i riti, per le iniziazioni, per curare le malattie, si moltiplicarono all’ombra dei sassi e le danze ed i miti furono vitale credo, certezze, fede.Attesero l’acqua dal cielo, nei mesi piovosi, la cercarono nei pozzi, la supplicarono agli  antenati ed il Dio che pregarono la concesse loro ed i semi  piantati, crebbero e li sfamarono per i lunghi anni che li separarono dall’oggi, dal nostro arrivo.

Il plateau di Bandiagara è in pianura, tra il deserto del Gourma ed il delta interno del Niger, pronto ad abbracciare tutti i villaggi Dogon, dall’estremo nord di Hombori a Bankas da Tireli a Sanga, da Ireli a Ogossogou.

Ed i villaggi sono così come un tempo, fortunatamente, così come quando qualcuno, guardando il cielo, scoprì la stella doppia Sirio, buco nero invisibile, aiutato dalla sua fantasia, dalla  fede, dalla sua intelligenza, dall’intenso credere in un mondo che noi spesso non conosciamo, che non ci appartiene perché abbiamo perso il senso più antico del vivere, l’infinita forza dell’invisibile trascendente. Eppure c’è ancora per fortuna chi ha nel suo più profondo io questi antichi valori, ci sono i discendenti Dogon, coloro che Marcel Griaule, cantore delle loro maschere, amò tanto. I villaggi sanno d’antiche tracce di storia e di sogno, di assolate calure sulle nude pietre e di occhi bellissimi che incontrano i tuoi vincendoli, di tracce percettibilmente essenziali e di piedi essenzialmente nudi.Il Mali è così e i Dogon sono così, un vissuto ed un presente in simbiosi, un volto ed uno sguardo essenziali e decisivi.  Si arriva a Sanga al mattino. La spianata fuori dalle sue “mura” fatte di antichi baobab ci introduce al campament di Sanga du Haut, semplice ostello per i viandanti.

 

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Sanga du Bas è oltre la spianata, oltre i baobab, oltre l’invisibile terra d’ocra, nascosta fra i vicoli stretti, le case e i granai, i cortili e i muri.I porteuses ci scorgono. Ci squadrano a nostra insaputa, e ci scelgono, credo. Il passo successivo è infatti la passeggiata che da Sanga, lungo un percorso a tratti scosceso, permetterà di raggiungere, con una marcia di alcune ore, Banani. I giovani porteuses, al momento decisivo, come per attuare un loro rito, si accalcano alle spalle per toglierci gli zaini da dosso e metterseli sulle loro spalle, in un aiuto non richiesto ma consolidato nella prassi, direzione Banani.

Ne vedo due dietro alle spalle, a contendersi il mio zaino. Preso dai…Dogon cedo all’insistenza e la nostra guida ufficiale mi associa ad  Issa, uno dei due.

Diamounnon, l’altro, non si arrende. A percorso iniziato, dopo avere sbuffato un po’ per il mancato zaino, non si da per vinto e, accostandosi, si aggiunge anch’egli al cammino.I miei porteuses diventano così  due, senza che io riesca a fare resistenza alcuna. In realtà allo zaino sulle spalle di Issa si aggiungerà l’aiuto fisico di Diamounnon che, nei tratti più difficili, farà da supporter. Sto al gioco anche perchè, constatata la simpatia dei due, non mi costa molta fatica. La mancia finale non potrà che essere  così, intuitivamente, duplicata. Appena fuori Sanga, in gruppo, attraversiamo un altopiano in leggera ma alquanto semplice salita; l’orizzonte aperto ci fa intravedere un incavo, spaccato di rocce verso cui ci dirigiamo. Sulla nostra sinistra un piccolo corso d’acqua si allarga servendo da bacino per l’irrigazione di coltivazioni in un lembo di terra; una donna ricurva in lontananza abbevera apparentemente senza accorgersi di noi che la osserviamo, mentre il verde delle piante e l’arbre du karitè imponendosi, stacca l’ambrato colore del terreno e l’ocra roccioso della Falesia sfonda  un blu cobalto di cielo. Riprendiamo il cammino avvicinandoci sempre più alla Falesia, quella vera, di roccia.

 

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Osserviamo, in alto, le piccole insenature a grappoli, scavate nella pietra, dove i Tellem si rifugiarono per vivere, per osservare, per difendersi, per riposare infine, oltre la vita. Difficili da collocare in una logica contemporanea, difficilissimi da raggiungere in una strategia di antica difesa. In alternata simbiosi, più in basso, i granai Dogon, alveari di case di creta cruda amalgamate ed abbracciate alla roccia. Intanto cominciamo la discesa verso Banani, villaggio Dogon  montano, più in basso rispetto alla nostra posizione. Nello scendere guardiamo dall’alto, lontano, la spaccatura della montagna ed in fondo l’infinita distesa del Mali.

 

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Il sentiero diventa sempre più essenziale, a volte stretto, altre tortuoso, scivoloso, a picco sul vuoto.

Ad un certo punto sento un colpo secco; vedo Diamunnon che, avvicinandosi , mi offre dei semi di Baobab appena usciti da un frutto che ha spaccato. Alla mia titubanza ad accettarli, ne mette in bocca qualcuno offrendolo anche alla nostra guida. Sembrano buoni. Ne prendo uno ed assaggio  succhiando il dolciastro sapore del baobab.

 

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Ne metterò poi alcuni in tasca da portare in Italia, in segno di amicizia maliana.

Pensare ai Tellem, ai Dogon, in strenua difesa della propria libertà religiosa, contro l’invasione dei musulmani, è gioco forza. Molti villaggi furono assoggettati, altrettanti conservarono inalterate fino ad oggi le loro credenze animiste, il loro religioso senso delle cose che anche i convertiti a forza tennero dentro i loro cuori, dentro le loro abitudini.E le abitudini si conservarono, si tramandarono oralmente, i loro problemi si affrontarono e si discussero nei Toguna, “agora” africane dove gli anziani, protagonisti indiscussi delle decisioni importanti da prendere, si riunivano.Ancor oggi il Toguna a Banani è il suo epicentro, il crepidoma del loro tempio sacro, lo sguardo verso una soluzione attesa da parte di un popolo e d’una civiltà senza eguali.

In esso gli anziani del villaggio sanno d’antichi messaggi tramandati, d’attese ataviche e serene, di decisioni elaborate nei più profondi vissuti e prese a forza di parole forti. Fuori dal nostro tempo.

 

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Passando davanti non possiamo non soffermarci. I loro sguardi sanno di saggezza. Le corde appese sono state ricavate dai baobab. Ci mostrano poi l’invenzione del fuoco, strofinando l’un l’altra due pietre ed accendendo uno stoppino: come quando Adama accese il fuoco per la sua Hawa.

Fuori dal nostro tempo.

Banani ha anche venditori di artigianato; sculture adagiate per terra, spesso dozzinali e per turisti. Mi accorgo che qualcuno osserva il mio guardare oltre, verso qualche pezzo particolare. Allora mi si avvicina e, con in mano uno straccio avvolto in un oggetto, lentamente lo svolge.Con mia sorpresa appare una scultura molto più bella. Mi chiede se voglio acquistarla; al mio possibile cenno, inizia la trattativa, senza fine. O almeno fino alla terza offerta: è il tre infatti il numero magico dei tentativi, entro cui la definizione dell’acquisto va fatta. Inizia però la processione dei venditori che mi mettono tra le mani ancora altra pezzuola sciorinata, altra maschera, altra scultura ed altra ancora. E si scende, tra le pietre nel viottolo, con l’aiuto di Diamunnon – ed ora capisco il motivo- che mi invita a camminare ed a decidere in fretta. Al mio terzo no un altro venditore mi mette tra le mani la sua scultura e poi ritorna il precedente e poi ancora il successivo e così via, sotto un sole forte, sotto una difficile valutazione tecnico-economica.

Poco prima di arrivare in pianura ho già acquistato due sculture che il porteuse prende in mano.

 

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Si arriva così a Banani bassa per pranzare.Una pausa in attesa di un secondo round.Stavolta più comodo, tuttavia. Seduto alla fine del succoso mango, mi vedo un nuovo venditore che, con pacata ufficialità si  siede di fronte a me srotolandomi una nuova maschera, ancor più bella. Il mio budget economico, tuttavia, si era esaurito con l’ultimo acquisto. Ringrazio senza iniziare il rito commerciale. Ma, testardamente, non demordono. Ne segue un altro e poi un altro ancora. Allora mi alzo cercando di appartarmi: niente da fare, sembrano essersi moltiplicati e mi mostrano, di nascosto, lavori ancor più belli.Mi affascina sempre più tutto questo.Ma arriva l’ora di andare.

Porterò con me quegli sguardi, quelle immagini di “legni” lasciati, il viottolo pietroso e scosceso, i granai e le ombre, i fantasmi dei Tellem arroccati e l’improvvisa pianura; inavvertitamente afferro con la mano e stringo il mio bianco seme di baobab.    

 

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